
Un horror psicologico travestito da storia d’amore da fiaba a lieto fine. Something very bad is going to happen (trailer), serie horror creata da Haley Z. Boston, è disponibile su Netflix dal 26 marzo 2026.
Una domanda si insinua progressivamente nella trama: come facciamo a capire se la persona che amiamo è davvero quella giusta per noi? Se da questa scelta dipendesse la nostra vita, rischieremmo davvero di sposare la persona sbagliata? È questo il tema centrale della serie, che introduce quella che appare come una semplice paura dell’impegno attraverso metafore talmente inquietanti da sembrare irreali.
L’inizio offre un accenno di tragedia, ma la narrazione procede inizialmente come un road movie apparentemente inconcludente. A sostenere la tensione intervengono però la musica e la fotografia: si ha costantemente la sensazione che qualcosa di terribile possa accadere da un momento all’altro, anche in virtù di ciò che è stato mostrato e del titolo stesso. Anche Rachel (Camila Morrone) ne è convinta, e questa sensazione non la abbandona nemmeno per un istante.

Con il ritrovamento di un neonato che piange all’interno di una macchina sotto la neve, prende forma il lato horror della serie, fino a quel momento solo suggerito nell’incipit. Da qui in poi, lo spettatore resta in sospeso, in attesa di un evento realmente traumatico. Tuttavia, ciò che accade non viene subito mostrato secondo i codici canonici dell’horror: tutto appare come svuotato della sua componente più terrificante, quasi annacquato, come se fosse filtrato dal punto di vista di una persona, forse proprio Rachel, sotto l’effetto di tranquillanti, incapace di cogliere il reale pericolo (come nel caso del bambino che sorride mentre è chiuso in macchina con la musica accesa), oppure consapevole ma emotivamente distaccata dalla realtà, o forse è ciò che si percepisce dall’esterno, quando ancora lo spettatore non è entrato in sintonia con lei.
Proseguendo, si entra sempre più nella mente di Rachel, che interpreta ogni elemento come una minaccia letale. A questa percezione si alternano immagini disturbanti, che sembrano allucinazioni o proiezioni della sua coscienza. La protagonista appare infatti segnata da un segreto, qualcosa di grave. Il primo episodio si conclude con un momento di forte impatto, il vero incidente scatenante della serie, che suggerisce come dietro le percezioni di Rachel possa esserci un fondamento reale.
La vicenda ruota attorno al futuro matrimonio tra lei e Nicky (Adam DiMarco), inizialmente presentati come anime gemelle, con lui nel ruolo del suo uomo ideale. Eppure, attorno a Nicky aleggia un’inquietudine sottile: un segreto familiare oscuro che fatica a emergere. Rachel viene così progressivamente costruita come una possibile vittima di una trappola nella quale si sta immergendo volontariamente, una trappola che non viene mai esplicitata del tutto. Ma entrambi hanno passati oscuri, che non fanno altro che rischiare di rendere la loro storia un incubo dal quale è meglio fuggire.

La componente sovrannaturale non annulla la dimensione metaforica: anche senza elementi fantastici, Rachel sembrerebbe comunque destinata a entrare in una situazione potenzialmente distruttiva. È proprio questa ambivalenza a rendere la serie profondamente universale, permettendo l’immedesimazione a chiunque si ritrovi ad amare qualcuno, ma ad avere ansie pre-matrimoniali. L’assenza iniziale di eventi spiacevoli suggerisce che sia l’attesa stessa della tragedia a costituire la vera fonte di paura. Lo spettatore resta in bilico, sospeso, costantemente sull’orlo del baratro. Quando qualcosa accade, viene mostrato con una naturalezza disarmante, quasi come se fosse inevitabile. Ne deriva una tensione continua, ininterrotta, che non concede tregua.
La serie sembra rappresentare il tentativo dei fratelli Duffer (produttori esecutivi) di confrontarsi con un horror più puro, dopo l’evoluzione di Stranger Things verso tonalità più da teen drama nelle stagioni successive alla prima. Qui, invece, l’orrore viene rielaborato in una chiave nuova: ciò che spaventa davvero è la possibilità di compiere una scelta in grado di compromettere l’intera esistenza. Nel caso di Rachel, questa scelta coincide con il matrimonio e con l’ingresso in una famiglia dipinta come disturbante e opprimente: un’esasperazione della quotidianità che chiunque potrebbe riconoscere. Non ci sono mostri o assassini, ma paure concrete, rese attraverso il linguaggio dell’horror. Il matrimonio diventa così una possibile salvezza o, al contrario, una gabbia eterna.
Con il progredire della narrazione, la tensione aumenta, così come le divergenze tra i due protagonisti e la presenza sempre più opprimente del sovrannaturale. Parallelamente, il personaggio di Nicky perde centralità, lasciando sempre più spazio a Rachel. Lei emerge come una figura costruita con estrema precisione: compie scelte fuori dall’ordinario ed è il risultato di una scrittura e di un’interpretazione di altissimo livello. Si configura come una “sposa horror”, una sintesi tra Ofelia (personaggio dell’Amleto di Shakespeare) soprattutto a partire dalla scena del matrimonio del settimo episodio, e la protagonista di Finché morte non ci separi.

Rachel è disposta a tutto pur di entrare in questa nuova vita e imparare a farne parte, in nome di un bene superiore e di un istinto di sopravvivenza. Nicky, invece, scettico fino alla fine, si presenta come l’uomo ideale e rivela progressivamente la propria incapacità di ascoltare e credere alla partner, fallendo proprio in ciò che dovrebbe costituire la base di una relazione. Proprio per questo, lo spettatore resta dalla parte di Rachel, poiché è evidente che quella fiducia le venga sistematicamente negata. Il tutto rivelando come i loro reali problemi di coppia abbiano avuto tempo per mostrarsi solo in occasione del matrimonio, che appare frettoloso e poco ponderato.
Il tutto si sviluppa all’interno di una cornice visiva fredda e spettrale, priva di qualsiasi romanticismo. La componente amorosa si dissolve progressivamente, pur senza mettere in discussione il sentimento tra i due: emerge qualcosa di più forte e destabilizzante. La fotografia gioca un ruolo cruciale, riuscendo a rendere disturbanti anche scene apparentemente gioiose, come momenti di danza accompagnati da musiche allegre. Le atmosfere richiamano simbolicamente Adamo ed Eva, anche nelle scenografie del matrimonio, che evocano una sorta di giardino dell’Eden.
L’episodio finale sembra cambiare direzione di continuo, lasciando con il fiato sospeso e conducendo a un esito del tutto inaspettato e tutt’altro che banale. Ciò è possibile anche grazie a movimenti di macchina magistrali: fluidi, calibrati, capaci di trasformare ogni inquadratura in un’estensione dello stato emotivo dei personaggi. La regia, estremamente curata, rende la serie un esempio significativo di horror televisivo contemporaneo. La fotografia si conferma impeccabile, costruita su una palette cromatica precisa, fatta di pochi colori dominanti che sintetizzano l’atmosfera con straordinaria efficacia. Basta un’inquadratura per riconoscere il genere e immergersi in un clima quasi fisico. In questo caso, l’immagine non accompagna la tensione: la genera. Il messaggio finale è chiaro: non bisogna mai perdere la propria identità all’interno di una coppia. Perché, in un modo o nell’altro, il destino troverà sempre il modo di riportare le cose al loro corso naturale.

