
Sirāt (trailer), la nuova opera di Óliver Laxe (O que Arde, Mimosas), tra i cui produttori spicca il nome di Pedro Almodóvar e della sua società El Deseo, è un film in grado di stupire e turbare, un road movie straniante e viscerale che punta verso l’abisso, sconvolgendo tanto i personaggi quanto lo spettatore. Un’esperienza di trascendenza ed eternità che non può avere luogo senza aver prima intrapreso un viaggio fisico e metaforico nell’inferno più crudo e sconcertante. Nel deserto due cammini si intrecciano: quello di un uomo che viaggia insieme al figlio piccolo in cerca della figlia scomparsa e quello di un gruppo di persone che, dopo aver preso parte a un primo surreale rave tra le aride sabbie marocchine, si dirigono verso un’altra misteriosa festa durante l’incombere di una guerra non specificata.
Un’odissea che si trasforma a poco a poco in un incubo devastante che mette in crisi ogni certezza, trascinando lo spettatore e i personaggi di fronte all’ineluttabilità della morte, l’inatteso imprescindibile davanti a cui retrocedere nella negazione o avanzare accogliendo e accettando il suo mistero. Vincitore del Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes e film scelto dalla Spagna come candidato a Miglior Film Internazionale alla 98ª edizione degli Oscar, Sirāt non edulcora in alcun modo, portando a vivere un’esperienza talmente cruenta da lasciare allibiti.
Questa violenza non ha a che vedere con il sangue o la morbosità splatter: sono il vuoto e lo shock a fermare il tempo e schiacciare l’individuo, salvo rivelarsi poi una porta per un’altra dimensione spirituale, un ponte che collega inferno e paradiso. Vivere il trauma per rinascere e vedere il mondo da una nuova prospettiva, quella successiva al collasso. Devastazione e catarsi, ma senza abbellimenti, retorica o elementi consolatori.

Disorienta la mancanza di riferimenti in un deserto che è luogo di incognita. Il cast si rivela corale e non c’è una gerarchia, seppure l’attenzione è molto concentrata sul personaggio di Sergi López, unico attore professionista tra tanti, una scelta di realismo che aspira a una ricerca di autenticità. Questa coralità è focalizzata a restituire una dimensione ancestrale e condivisa di dolore collettivo. Un’umanità ferita, fatta di mancanze e crepe, corpi monchi e cicatrici invisibili. Collegarsi ad esse, ballarci, piangerle e celebrarle è l’invito di Óliver Laxe, la sua chiave per la pienezza. Una caduta nel vuoto essenziale, vitale.
Il ballo e la musica hanno un ruolo fondamentale. La macchina da presa immerge lo sguardo dello spettatore in una moltitudine di corpi danzanti, focalizzandosi uno ad uno sui protagonisti, senza isolarli dal contesto. Una panoramica di corpi e anime che ricorda Climax di Gaspar Noé, con cui Sirāt condivide il lento e doloroso deteriorarsi di una comunità, che si frastaglia nella caduta dei singoli e in un abisso metafisico o psichico che risucchia l’individuo. La musica psichedelica in entrambi determina uno stato di trance rituale.
Nello specifico in Sirāt abbiamo una fusione di techno, musica elettronica sperimentale e ambient che conduce a un’esperienza mistica di ipnosi spirituale. Da qui si apre il dirupo e i personaggi precipitano nell’abisso, che nel film di Óliver Laxe è quanto mai tangibile e angosciante. Spazio e tempo sono dilatati. Il deserto si rivela lo scenario perfetto per questo doloroso e introspettivo smarrimento di senso. Un cinema di immagini più che di parole, che evoca piuttosto che dire e trascina in un’esperienza trascendentale di ritmo e silenzi, visioni ed elementi cruenti fuori campo, lì a pesare nel loro non essere visti ma immaginati. Controverso ed essenziale, Sirāt da un preludio di trance apre una voragine che sprofonda nell’abisso mortifero per fare i conti con la realtà della vita e la sua essenza profonda, indissolubilmente legata alla morte.
In sala.

