
Lutto: nefasto trauma esistenziale oppure passaggio ineludibile della vita umana. Nel cinema di Hirokazu Kore’eda è un elemento imprescindibile insieme a quello della famiglia: un cardine obbligato, universale, inevitabile. Una specie di rito fisiologico nel trambusto eterno delle nostre vite che il regista giapponese, nella sua nuova opera Sheep in the Box (trailer) presentata in concorso alla 79a edizione del Festival di Cannes, riesce ancora una volta a decifrare egregiamente.
Quando il piccolo Kakeru (Rimu Kuwaki) muore in un tragico incidente, ai coniugi Kensuke (Daigo Yamamoto) e Otone Komoto (Haruka Ayase) viene dato gratuitamente un androide sostitutivo avente le sembianze del loro figlio defunto, con alcuni dei suoi ricordi immagazzinati. Nel tentativo di riempire l’enorme vuoto causato dal decesso, dovranno imparare a vivere assieme all’umanoide che, nel mentre, comincerà a prendere coscienza di sé e del suo status.
Rievocando i contemporanei fasti spielberghiani, ma tracciando anche una specie di linea invisibile con il mondo videoludico di Detroit: Become Human, Kore’eda realizza un’opera che mette in risalto, in una fase ultimativa volta ad abbattere l’antropologico, sia l’arrivo imperituro di una nuova era tecnologica, che l’esternazione e la risoluzione del lutto. Seppur meno brillante delle precedenti opere, il regista si riconferma uno dei pochi autori capaci di mediare tra il microcosmo infantile e l’universo adulto regalando sprazzi di poesia (sia visiva che narrativa) in un mirabile racconto sulla vita umana.
L’androide ha le sembianze di Kakeru. Tutti lo guardano esterrefatti: è una copia spiccicata. Ha l’arduo compito di riparare un lutto quindi un vuoto immenso nei cuori di chi lo ha vissuto, amato, reso carne oltre che immagine nelle proprie menti. Ma non è carne quella di Kakeru, bensì una sua imitazione. Più precisamente, una riproduzione meticolosa che rielabora il bimbo in tutte le sue forme. Un’immagine “altra”, non carnalizzata, quasi a voler raccontare di un cinema diverso sia nella forma che nella sostanza ma non nelle possibilità del visivo.

Tralasciando i teoricismi e i discorsi che imperversano il meta-cinematografico, la funzione dell’androide è quella di “riparare”: diventare oggetto dello sguardo e delle attenzioni umane, elemento delle inquietudini e dei timori dei genitori. Il vuoto lasciato dal lutto, dalla morte della carne, cede e viene riempito grazie agli ingranaggi del cibernetico, quindi del non-umano: da un piccolo cuore che dolore non può provare. Una creazione frutto dell’antropico e non di un processo biologico, con determinati algoritmi e flussi di pensiero. Kakeru (la sua copia, in verità) non prova pertanto delle emozioni reali ma le emula per conto dell’azienda che l’ha prodotto: la REbirth. L’uomo (come ci ricorda anche Kensuke ad inizio film) sfrutta da sempre il dolore altrui rendendolo profitto. In un mondo ormai sempre più propenso alle derive ipertecnologiche, la riproduzione fedele di un defunto diventa un oggetto qualsiasi: acquistabile e personalizzabile secondo dei parametri decisi dal consumatore.
Se poi “quell’oggetto” sblocca e acquisisce una coscienza, quindi, seppur prodotto artificiale, viene dotato di un ingegno multiforme che diventa materia, allora il discorso si sposta dal tecnologico all’antropologia. È giusto considerare come umano il piccolo androide? Sempre Kensuke, in uno dei dialoghi più importanti del film, afferma che gli alberi siano dotati di anima mentre un robot no. Ma è davvero l’anima che rende vivo un qualsiasi elemento? La “replica” di Kakeru è di fatto un corpo privo di carne, un bambino spoglio di sostanza cellulare. Eppure, conosce ed esplora: possiede le caduche memorie umane in un fisico immortale. Memorie che plasma e rende vivide, aggiorna e costituisce progressivamente con le sue scoperte. Possiede, di conseguenza, anch’esso una specie di anima che lo rende cittadino del mondo, persona viva e non mero oggetto sfruttabile.

Kore’eda mantiene però una distanza specifica tra l’umano e il robotico, avvertibile già dal titolo dell’opera. Sheep in the Box ovvero una pecora in una scatola: quella de Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry, disegnata in un imperituro nascondimento per via degli occhi smorti degli adulti. L’androide, guardando l’illustrazione all’interno del libro, chiede ad Otone dove sia l’animale, non riesce ad immaginarla, a renderla materia all’interno della sua mente. La distanza fra l’androide, intelligenza artificiale, e l’umano si fa evidente, come ha spiegato lo stesso regista in una recente intervista.
L’essenziale è invisibile agli occhi: l’androide diventa elemento della loro memoria. Riesce nel suo scopo riecheggiando i traumi di un passato recente, con il potere di storicizzarli: in un processo di lunga accettazione dei coniugi che si attribuiscono colpe non loro. Il lutto attraversa l’opera fino ad abbandonarla nel finale dove, tra gli alberi nel bosco, Otone guarda fuori campo con gli occhi lucidi: lascia andare via l’androide, elabora consapevolmente lo spettro del suo passato, la morte di una vita che ha amato e che continuerà ad amare senza la necessità di doverla sostituire con una sua replica. Basta soltanto il ricordo etereo di quello che sono stati. Per poi ricordarsi che l’umanità vale solo come etichetta, forse scomoda poiché figlia del destino, non padrona della morte. Ed è lì, proprio sotto un albero, che si rifugiano, in un esilio volontario, gli androidi. Quasi a costituire un santuario dei bambini sperduti, degli infanti immortali, volti a riconquistare una dignità: lontani dalla loro caratteristica di oggetti per il lutto, strumenti contro la paura degli ultimi fatali sospiri. In una vivida ricerca per costruire e costituire una nuova famiglia edificata su legami non imposti, tra gli elettrici guizzi del loro cibernetico cuore.
In sala.

