
Che Scream diventasse la parodia di sé stesso è qualcosa che sicuramente non ci si sarebbe mai aspettati. Ma andiamo con ordine.
Nel 1996 la coppia Wes Craven-Ken Williamson realizza Scream. Il successo è straordinario: nel giro di pochi anni escono innumerevoli emuli e parodie, oscillando tra operazioni dignitose e fallimenti totali. Il film di Craven, dietro la sua maschera da film adolescenziale, nascondeva una natura riflessiva. Rifletteva, infatti, sul genere horror, ponendosi a metà tra una parodia voluta dei vari slasher anni 80 e la ferrea volontà di creare, con Ghostface, una nuova icona horror. 30 anni dopo, nel 2026, Scream esce al cinema col il settimo capitolo (trailer), per la regia di Kevin Williamson. Si torna alle origini: torna Sidney Prescott (Neve Campbell), torna Gale Weathers (Courteney Cox), tornano anche alcuni personaggi della breve parentesi narrativa creata con il quinto e il sesto capitolo. L’unica cosa che non torna è il film stesso.
Scream 7 è un prodotto brutto, a tratti demenziale, che vorrebbe essere un ritorno alle origini (in tutti i sensi, addirittura utilizzando il font del primo capitolo) ma che finisce per imbambolarsi davanti a sé stesso. Un film che vorrebbe far felici i fan storici della saga ma che in tutto questo auto-citazionismo finisce per perdere la bussola, nonostante un primo tempo che onestamente mi ha fatto sperare per un prodotto perlomeno dignitoso. Praticamente un film fatto di “vorrebbe”. Dopo il consueto primo omicidio, che riprende in tutto e per tutto la storica sequenza iniziale del primo capitolo, il film introduce la nuova vita di Sidney Prescott, alle prese con una figlia adolescente e un marito poliziotto. Una vita come proprietaria di una caffetteria, frequentatissima dai giovani e dalle nuove “comparse”. Perché di comparse si tratta: sono macchiette che si muovono, galleggiano intorno alla figura della storica protagonista senza effettivamente lasciare un segno tangibile. Anche quando vengono squartati, non si prova nulla nei loro confronti, né rabbia né dispiacere. Solo indifferenza.
Un film saturo dell’“effetto Madeleine” di proustiana memoria, che però stucca. Piuttosto che riflettere e tentare superare il concetto di nostalgia, il film ribadisce ogni volta un ritorno al passato, un ritorno ai vecchi schemi, dimenticandosi però di sviluppare il resto. Come si è specificato prima, il primo tempo è abbastanza godibile, muovendosi su binari che potrebbero risultare anche interessanti, salvo deragliare nella seconda parte, dove inizia una sequenza di situazioni talmente prevedibili che, senza esagerare, si può tranquillamente dedurre chi sia il colpevole con una facilità disarmante. Complice, di questo pastrocchio, anche un incipit francamente imbarazzante: e se uno dei killer del primo film tornasse per vendicarsi?

Craven purtroppo ci ha lasciati anni fa e Williamson, seduto in cabina di regia, dimostra tutti i suoi limiti: gli omicidi, che dovrebbero essere il punto di forza del genere slasher, sono estremamente confusi. L’azione è caotica, risulta difficile comprendere pienamente cosa stia accadendo. La fotografia poi non aiuta, anzi. Una delle caratteristiche della trilogia originale era quella di avere una fotografia che scimmiottava quella di Beverly Hills 90210, quindi una fotografia televisiva che però trovava la sua ragion d’essere all’interno del contesto “adolescenziale” dei film. Qui invece la fotografia è semplicemente brutta, addirittura sembra quella di “Incubo Finale”, l’orribile seguito del modesto “So cosa hai fatto”. Già l’idea stessa di sequel di Scream è paradossale. Ci provarono con il secondo capitolo, magari con l’intenzione di farlo volutamente mediocre (tenendo fede alla stessa affermazione di uno dei personaggi del film), risollevando la saga con i divertenti Scream 3 e Scream 4, per poi finire a galleggiare nella mediocrità con il quinto e il sesto capitolo.
Questo settimo capitolo, oltre ad essere un insipido minestrone di nostalgia ed evidenti mancanze di idee mascherate da pseudo-citazioni, è la definitiva dimostrazione che questa saga è giunta alla fine del suo percorso. È inutile continuare a pestare il tasto della meta-cinematografia se di cinematografico non c’è nulla. Al di là della qualità del film in sé, che ho già specificato essere non sufficiente, è abbastanza demenziale anche l’ennesimo tentativo di ribadire le “regole”. Uno dei momenti topici dei capitoli precedenti (che continuo a citare come nelle intenzioni di questo capitolo) era il momento dove uno dei protagonisti spiegava agli altri come “sopravvivere”. Non manca nemmeno qui, ma stavolta ci si limita a dire una roba del tipo “l’assassino è pericoloso, perché è un fan e i fan sono pericolosi; quindi, state attenti perché se non state attenti finite male”. Una spiegazione inutile perché, come dicevo poco più sopra, uno spettatore smaliziato capisce chi è il colpevole nel giro di tre inquadrature. Film vacuo e insufficiente, che lascia profondamente perplessi. C’è di meglio in giro.
Al cinema.

