#RomaFF20: Sciatunostro, la recensione del film di Leandro Picarella

Sciatunostro, la recensione del film di Leandro Picarella DassCinemag

Leandro Picarella racconta bellezza, nostalgia e amicizia in Sciatunostro, opera in Concorso alla ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma. Il regista prova ad interrogare il rapporto tra identità e appartenenza attraverso uno sguardo intimo e contemplativo, in grado di trasformare il quotidiano in gesto poetico; il processo narrativo mira a realizzare un discorso visivo che si muove costantemente tra un genere documentaristico e un dolce racconto estivo, intrecciando memoria, infanzia e comunità ed è proprio il titolo – Sciatunostro – a fornire la prima chiave interpretativa: nel dialetto di Linosa, “sciatu” significa “fiato”, “respiro”, che unito al “nostro” diventa metafora del soffio di vita condiviso da chi abita l’isola, unendo chi resta con chi parte. Picarella trasforma così un concetto linguistico in una dichiarazione di poetica visiva: ogni respiro diventa immagine, ogni immagine compone una memoria; l’isola di Linosa non rappresenta soltanto il luogo d’ambientazione del film, ma una vera e propria entità simbolica, uno spazio che custodisce e restituisce il passaggio del tempo, il confine tra ciò che si perde e ciò che resta.

Il film segue la storia di due bambini, Ettore (Ettore Pesaresi) e Giovannino (Giovanni Cardamone), alle prese con l’ultima estate insieme prima che il più grande lasci l’isola per proseguire i suoi studi altrove. Da questa premessa apparentemente semplice, in realtà, nasce un racconto mirato a divenire una riflessione sul distacco e sull’importanza del ricordo: la struttura narrativa viene costruita attraverso la sovrapposizione del presente dei due protagonisti con il passato delle immagini filmate da Pino (Pino Sorrentino), un videomaker che documenta da tempo la vita sull’isola, delineando così una sfera temporale chiaramente non lineare.

L’intreccio del tempo filmico mira così a far riflettere su come la memoria non sia semplice ricordo, ma materia viva, rielaborata dallo sguardo cinematografico; il tempo non scorre, bensì si dilata, si confonde, respira esso stesso la vita che racconta. La regia adotta un approccio osservativo e analitico: l’occhio del pubblico vive un’esperienza immersiva, non sentendosi mai distante dai bambini, ma anzi, entrando in empatia con loro e sentendo sulla propria pelle i sentimenti vissuti dai fanciulli.

Tra Super 8 – formato cinematografico amatoriale lanciato da Kodak nel 1965 – VHS e digitale, viene a crearsi un montaggio che lavora per risonanza più che per continuità, lasciandosi ispirare dalle suggestioni emotive: ogni supporto corrisponde ad una precisa percezione che il regista vuole donare come la grana del Super 8 che restituisce l’innocenza del passato, l’imprecisione del VHS che evoca l’archivio e il digitale, limpido e presente, che rappresenta il tempo attuale. Di conseguenza, le immagini si richiamano, si respirano l’una con l’altra. La fotografia di Andrea José Di Pasquale amplifica la dimensione sensoriale dell’opera: la luce naturale, i contrasti e l’attenzione ai dettagli quotidiani trasformano Linosa in un luogo quasi mitico.

Picarella esalta l’importanza di un cinema capace di osservare, sentire e custodire, firmando con Sciatunostro un’opera sospesa tra intimità e universalità, un prodotto in grado di trasformare i ricordi in pura esperienza visiva.

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