Scarlet, la recensione: Hamlet secondo Hosoda

Scarlet, recensione film DassCinemag

Una principessa guerriera. Un padre assassinato. La spietata ricerca di vendetta “tra la vita e la morte”. Un’aldilà sospeso che, per costruzione e atmosfera, richiama l’immaginario dantesco. Un incontro inatteso: un ragazzo di oggi, fuori posto, quasi impossibile.  Dopo l’ambizione caotica e gigantesca di Belle, film-labirinto e dichiarazione d’amore (e di paura) verso il mondo connesso, Mamoru Hosoda torna a bussare sul grande schermo con il suo tentativo più scopertamente tragico.

Con Scarlet (trailer) Hosoda compie un gesto quasi inevitabile per un autore arrivato alla maturità: attraversare l’ombra di Hamlet. Se da una parte ne raccoglie la struttura e la logica del trauma, dall’altra riscrive il tutto attraverso la sua sensibilità più riconoscibile, trasformando la tragedia in un conflitto più intimo che solenne. Una sensibilità che attraversa tutta la sua filmografia e che, da La ragazza che saltava nel tempo a Summer Wars e Mirai, ha sempre fatto del quotidiano il suo campo di battaglia emotivo. Scarlet sposta questa grammatica in un territorio più oscuro, partendo non più dalla cura, ma dalla furia.

Ed è proprio quando abbraccia questa oscurità che l’opera mostra la sua faccia migliore. Infatti, Hosoda alza la posta sul piano della messa in scena, dove l’azione non è mai semplice dinamica, e l’epica diventa un modo per dare forma a un dolore incontenibile. Visivamente il film costruisce contrasti continui, dalla luce all’abisso, dal gesto alla sospensione, riuscendo a restituire un immaginario compatto, spesso sorprendente, capace di reggere il peso del racconto senza ridursi a pura atmosfera.

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Eppure Scarlet non vive solo di buio, di azione e di immaginario. La vendetta, qui, non è un semplice obiettivo narrativo, né un pretesto per lo spettacolo, ma la struttura portante del film. È ciò definisce la principessa guerriera, ciò che la muove, ciò che la consuma. Ed è in questa logica tragica che l’ombra di Hamlet diventa centrale. Non perché Scarlet pretenda di essere Shakespeare in animazione, ma perché ne riprende la premessa più feroce: un dolore che si eredita e finisce col trasformarsi in destino. Così l’incontro con Hijiri, ragazzo del nostro tempo, assume un ruolo decisivo. Non è un’aggiunta per alleggerire, né una scorciatoia emotiva, ma un contrappunto. È la presenza che incrina la traiettoria perfetta della vendetta e che introduce un’altra idea di tempo e di responsabilità. Perché se la tragedia tende all’inevitabile, Hosoda, anche quando si avvicina al buio, resta un autore che cerca sempre un punto d’appoggio umano.

L’ambizione del film è evidente, per certi versi quasi programmatica, ma finisce anche con il diventare un peso. Più la storia si allarga, più la narrazione tende a disperdersi, con alcuni passaggi compressi e altri spiegati con troppa fretta. Non è un problema di “idee” (e Hosoda ne ha fin troppe), quanto di misura. Scarlet vuole essere insieme epopea, tragedia, racconto morale e film d’avventura, e non sempre riesce a dare a ogni elemento il giusto spazio. Il risultato è un’opera che alterna momenti potentissimi a tratti più confusi, scadendo in un finale che, per quanto coerente e tematicamente ineccepibile, si risolve in una sintesi troppo ordinata, poco all’altezza di un film inquieto che voleva farsi specchio di un presente saturo di conflitti.

In fondo, questo modo di lavorare non è un incidente: è Hosoda. La sua poetica ha sempre funzionato per espansione, partendo dal micro per arrivare al macro, trasformando un conflitto privato in una posta in gioco collettiva. È la dinamica che rende Summers Wars così potente e che in Belle diventa quasi un labirinto. Qui, però, questo meccanismo si inceppa, perché la tragedia chiede compattezza, mentre il regista giapponese tende naturalmente ad allargare, a includere, a cercare un appiglio umano. E nel momento in cui il film prova a tenere insieme epica e intimità, furia e riconciliazione, finisce col perdere quella radicalità che aveva evocato.

Da oggi in sala

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