
Nulla è più difficile di riuscire ad accettare l’assenza di una verità univoca. O almeno è così per il protagonista di Rose Of Nevada, il nuovo film di Mark Jenkin, presentato in anteprima mondiale all’82esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica nella sezione Orizzonti.
Il titolo è la chiave per l’ingresso al soggetto del film: Rose Of Nevada è il nome di un peschereccio disperso 30 anni prima dell’inizio degli eventi narrati, che torna misteriosamente sulle coste di un piccolo villaggio di pescatori. L’apparizione risulta inspiegabile, ma il vero contatto con il sovrannaturale avviene per coloro che decidono di tornare a pescare sulla piccola imbarcazione. Così Nick (George Mackay) e Liam (Callum Turner) dopo una prima dura notte di lavoro si ritrovano intrappolati in una sorta di loop temporale, in cui sembrano essere bloccati nelle vite degli uomini che 30 anni prima avevano pescato sulla stessa barca. Le loro vere famiglie sono scomparse o cambiate, i loro nomi non sono più gli stessi, sono costretti a confrontarsi con problematiche che non gli appartengono.
Da questo punto in poi si delineano due tipologie di reazioni differenti. Se Liam si adatta velocemente alla nuova (o vecchia) situazione senza porsi troppi interrogativi, Nick non riesce ad accettare quell’assenza di spiegazioni, quell’impossibilità di ritorno alla vita che si stava costruendo. La nuova realtà diventa una gabbia, una condizione opprimente che rende Nick impaurito all’idea di uscire dalla barca sapendo che avrebbe dovuto affrontare quella nuova, scomoda dimensione. Si fa quindi carico di una disperata ricerca di verità che sembra essere una tematica ridondante in questa Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. La grazia, Bugonia, After the Hunt sono tutte a loro modo storie in cui i protagonisti si affannano nell’affermare le proprie risposte, nell’investigare la realtà per ricavarne anche il più piccolo briciolo di certezza che possa mettere a riposo un’esistenza di dubbi.
Rose of Nevada, con le sue derive surreali e fortemente oniriche, apre allo spettatore moltissimi interrogativi irrisolti, a cui possono essere date più interpretazioni. Il regista stesso, nel Q&A a seguire, ha tenuto a sottolineare che preferisce non fornire la sua chiave di lettura a riguardo, lasciando che ognuno percepisca il film in modo diverso. Filosofia più che apprezzabile, se non fosse che questa estrema molteplicità di interrogativi rischia di rivelarsi un’arma a doppio taglio. Ad una prima visione infatti l’opera potrebbe disorientare troppo lo spettatore, inducendolo ad inseguire, come il protagonista, una verità irraggiungibile. Così facendo però rischia di trascurare anche una sana dose di emotività di cui alla fine dei 114 minuti si sente la mancanza.
Ad essere estremamente convincente è invece l’apparato tecnico e stilistico del film. Gran parte del merito va sicuramente proprio al regista Mark Jenkin, che in una sorta di one man show si occupa anche della sceneggiatura, del montaggio e della fotografia. Costante è l’uso di dettagli, dei luoghi ma anche degli oggetti che rimandano alla storia del paesino della Cornovaglia, alternati efficacemente con primi piani, mettendo in luce le capacità attoriali di un ottimo George Mackay. La percezione è quella di una compresenza tra l’aspetto misterioso e il nervoso scrutare la realtà alla ricerca di un appiglio. Il modo in cui la macchina da presa descrive gli ambienti lascia trasparire un’atmosfera haunted che finisce per cospargere non solo i luoghi ma l’intera opera.
Il nuovo lungometraggio di Mark Jenkin è dunque un’opera ricca di una creatività frizzante nella sua volontà di emergere. Guidando lo spettatore nella freddezza affascinante della Cornovaglia, apre molteplici spunti di riflessione. Su tutti emerge il rapporto tra l’uomo ed il tempo e quanto esso possa cambiare radicalmente l’approccio all’esistenza di ognuno. È possibile vivere in una vita che non ci appartiene, abbandonarsi all’idea del non sapere, che tutto è effimero e nulla è univoco? Rose of Nevada lascia lo spettatore con l’arduo compito di trovare la propria, personale risposta a questo quesito.

