Ronaldinho: l’inimitabile: la recensione della miniserie Netflix

Ronaldinho. l'inimitabile, recensione dell'avvincente miniserie Netflix

Il calciatore più magico di tutti i tempi? Chi l’ha visto giocare non ha dubbi. Ronaldo de Assis Moreira, detto Ronaldinho per diversificarlo dal connazionale Ronaldo Nazario, ha fatto innamorare intere generazioni di spettatori, incarnando al massimo grado l’essenza del joga bonito. Quello stile, altresì chiamato ginga, che ha reso il calcio brasiliano il più bello e affascinante del mondo.

Gli atleti brasiliani, si sa, sono sinonimo di divertimento e talento, ma anche di eccesso e follia e Ronaldinho non esula da questo stereotipo. Definito da molti il più grande dribblatore di tutti i tempi, Dinho era animato da una tracotanza irridente, da una gioia di vivere e di giocare che lo rendevano ancora più unico, portatore di un’energia positiva capace di carpire pubblico e compagni e di una qualità tecnica che lo annovera senza dubbio tra i più forti in senso assoluto. Ma la sua fama non si è fermata alle mura di un campo da calcio. Così, attraverso i suoi ricordi e quelli dei compagni e dei familiari, Netflix sforna la docuserie da tre episodi Ronaldinho: l’inimitabile (trailer), che attraverso immagini d’archivio, materiali inediti e interviste esclusive ne eterna la memoria.

«La mia vida es una locura», è pazzesca, il calcio e la fama l’hanno resa tale.
Come ogni bambino, Ronaldinho, nato a Porto Alegre, una grande città nel sud del Brasile, sogna i campi da calcio. Figlio di una famiglia umile ma dignitosa, la sua infanzia è sempre stata legata a questo sport. Infatti, il più piccolo di due figli, Dinho inizia a giocare a calcio seguendo le orme del fratello Roberto, calciatore professionista accasato al Grêmio, la squadra della città. Anch’egli talentuoso, ma fin troppo indisciplinato, finirà per fare l’agente di Dinho, entro il quale si intravedevano le doti eccezionali già dai primi calci al pallone.

Così la scalata verso il successo è stata veloce, velocissima, forse troppo. Dopo le giovanili nel Grêmio, a diciott’anni esordisce in prima squadra, sfoggiando subito tutto il suo strapotere calcistico. Ma la svolta decisiva avviene il 20 giugno del 1999, nella finale di ritorno del Campionato Gaúcho. Il giovane Ronaldinho, simbolo di una straripante giovinezza, sfida l’International di Dunga, ex capitano della Nazionale brasiliana campione del mondo nel 1994. La partita finisce 1-0 per il Grêmio, marcatore Ronaldinho. La città è in delirio e i giornali titolano mordaci “Ronaldinho umilia Dunga e regala il titolo al Grêmio”. Questo match, questo gol ma sopratutto questa straordinaria e indimenticabile prestazione lanciano la sua carriera, facendolo notare alle più grandi squadre europee. Paris Saint Germain, Barcellona, Milan e poi il ritorno in Brasile: queste le tappe della sua incredibile avventura. In questo modo, Ronaldinho Gaúcho, nome che lo rese famoso e che ne attesta la provenienza meridionale, vive il calcio all’interno dei suoi palchi più prestigiosi e in compagnia dei migliori giocatori.

Il suo nome diventa sinonimo di bel gioco, il suo volto compare nelle prime pagine dei giornali e i suoi gol sui teleschermi di tutto il mondo. Il giovane Dinho vive un cambiamento repentino, dalle spiagge affollate del Brasile alle grandi città europee, dall’umiltà dell’infanzia al lusso eccessivo della giovinezza e tutto questo gli dà alla testa. Perché il Gaúcho non ama solo il pallone, ama la musica, la vita notturna, l’ebbrezza e sopratutto le donne. È ormai divenuta celeberrima la foto che lo ritrae in piscina in compagnia di cinque avvenenti ragazze, che mettono in mostra il loro “lato B”.

La vita da star non è facile da gestire, sopratutto per chi non sa trattenersi di fronte alle tentazioni. Infatti, oltre che per i gol assurdi, le giocate irripetibili e i numerosi trofei vinti, Ronaldinho si è fatto conoscere dal grande pubblico sopratutto per gli scandali dentro e fuori dal campo, che gli hanno reso molto complicato il rapporto con la stampa. Festini fino all’alba, ritardi continui agli allenamenti, battibecchi con la dirigenza e gli allenatori sono stati la constante di una vita sregolata, che per molti è stata la ragione del suo declino. Niente di nuovo nell’immaginario dello sportivo moderno. Già negli anni ’70 George Best, icona del Manchester United, viveva la parabola discendente di un fenomeno senza controllo che, dopo aver vinto il pallone d’oro da giovanissimo, proprio come Dinho, si era abbandonato ad un lento ma inesorabile declino. A tal proposito, il punto più basso della vita del brasiliano, definito così dal calciatore stesso, ha luogo nel Marzo del 2020, momento nel quale lui e il fratello vengono arresati in Paraguay, per aver attraversato il confine con un passaporto falso. Una vicenda ancora oggi in parte inspiegabile, tant’è che gli stessi imputati ritengono di esser stati fregati.

È un amore sfrenato quello dimostrato dai tifosi di tutto il mondo nei suoi confronti, perché non c’è cosa più bella che essere stupiti e in questo il Gaúcho era e sarà sempre il migliore per distacco. Giocoliere come Magic Johnson, Ronaldinho viveva il pallone nell’imprevedibilità, nella sorpresa ed era impossibile non rimanerne estasiati. Ma il conto si fa pagare più salato quando a sbagliare sono i tuoi divi e Dinho questo lo sa molto bene. Agli attacchi continui dei giornali e dei tifosi era abituato, ma non certo alla solitudine che si vive dietro le sbarre di una prigione. Così, uscito dopo 171 giorni, il brasiliano si sarebbe aspettato tutti contro, di essere abbandonato come una star sul viale del tramonto. E invece il mondo lo ha riaccolto come lo aveva lasciato, con la reverenza che si merita un genio, un prodigio, con l’ammirazione che si deve a un essere sovrumano, che si manifesta ogni mille anni e le cui gesta si enarreranno per l’eternità. Perché alla fine tutti i suoi errori passeranno e resterà solo il futebol, il ricordo dei fortunati che lo hanno potuto vedere dal vivo e che mai si scorderanno il sorriso a mille denti di un ragazzo spensierato, che con il pallone tra i piedi fluttuava sopra tutto il mondo, dimenticando tutto il resto. E l’immagine di quel fenomeno che esulterà ballando ad ogni suo gol, celebrando questo che più che uno sport è un gioco ed esaltandone l’essenza. E ancora oggi, in ogni campo di pallone, vedrete ragazzi esultare agitando le mani come faceva lui, il Gaúcho, simbolo di ognuno di noi tutti, di tutti e tutte coloro che amano correre felici dietro a una sfera e che non si chiedono che senso abbia, perché il calcio è libertà e per quelli come Dinho è e sarà sempre vita.

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