#RomaFF20: Nino, la recensione del film di Pauline Loquès

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Parigi. È l’ultimo giorno di ordinaria quotidianità della vita di Nino. In un venerdì come tanti si reca ignaro in ospedale per ritirare dei referti. Qui scopre dalle sbrigative parole di una dottoressa una diagnosi ineluttabile: ha un cancro alla gola e da lunedì dovrà iniziare la chemioterapia. Rappresenta una dura presa di coscienza che altererà definitivamente l’equilibrio della vita del giovane. Con l’avanzare della narrazione, infatti, si srotola per tappe il groviglio di una realtà priva di grandi entusiasmi: Nino fa un lavoro che non lo appassiona, ha una situazione familiare difficile alle spalle su cui non si è mai realmente interrogato prima e non riesce a comunicare con le persone che ama. La dura notizia della mattina incombe sul giovane e lo stringe in una morsa da cui è difficile liberarsi.

Opera prima della regista Pauline Loquès, in concorso alla ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma, il film è ispirato da una vicenda personale della stessa. Nino non è però un’opera che tratta di malattia. È piuttosto una riflessione sul fragile equilibrio su cui si basa l’accettazione del proprio modo di vivere. Un’esistenza che prima si riusciva ad accogliere facilmente è ora messa alle strette. La necessità di rivelare la malattia mette alla prova tutto: il rapporto con la madre, quello con gli amici ma soprattutto quello del protagonista con sé stesso. Se Nino inizialmente nasconde la tragica verità a tutte le persone che lo circondano, il sabato sera del suo compleanno qualcosa si scardina, e il giovane sceglie di cominciare ad essere cristallino nella sua problematica.

Nino è un Ulisse in miniatura, che procede per tappe in un viaggio in cui passato, presente e futuro si compenetrano. Simbolicamente il protagonista perde le chiavi di casa subito dopo aver ricevuto l’esito delle visite: è impossibile per lui tornare in quella dimensione protetta che esisteva fino al giorno precedente. Nel retro della sua mente è ormai stata innescata e radicata una nuova percezione di lui e del mondo che lo circonda. Questa può tentare di trovare faticosamente una nuova stabilità ma è ormai lontana dalle pratiche certezze di un tempo. È necessario affrontare un tormentato viaggio di formazione per permettere a Nino di essere pronto per far ritorno in un'”Itaca” fatalmente cambiata. Il confronto cinematografico naturale è sicuramente con Clèo dalle 5 alle 7, trattandosi qui di una sorta di “Nino da venerdì a lunedì.” Il processo è però invertito, in quanto il film inizia con un esito medico invece che terminare con esso come nel capolavoro di Agnès Varda.

Il maggior merito del lungometraggio è certamente nella gestione delle dinamiche del protagonista. Nonostante un inizio più prevedibile, con l’incontro con la madre e un’ex frequentazione, il film si articola poi in interazioni sempre più preziose e stimolanti per uno spettatore che teme lo stereotipo e il già detto. Il rapporto con l’ex compagna di scuola Zoe, ad esempio, si carica ben presto di implicazioni profonde, toccando il tema del diventare genitori con realismo e delicatezza. Ciò è sostenuto da un’ottima prova attoriale da parte di entrambi, in cui logicamente spicca di più per minutaggio e spazio il promettente Théodore Pellerin.

L’apparato tecnico riflette l’interiorità del protagonista senza concedere spazio a un eccessivo pathos. Particolare attenzione è riservata alle scene da flâner di Nino, spesso riprese dall’alto o da lontano per riflettere il senso di dispersione e alienazione del giovane. Ciò è amplificato da una fotografia che evidenzia i toni freddi e lucidi della Parigi che circonda il microcosmo di Nino.

Pauline Loquès coglie nel segno con un film che non ricerca un effetto melodrammatico di facile presa. Punta piuttosto a coinvolgere emotivamente con un approccio al contempo empatico ed elegante, tipico di un occhio registico che scruta, ma non si insinua. Lo spettatore si allinea sempre più con le sensazioni di Nino e con lui affronta il percorso di presa di consapevolezza. Questo cammino lo porterà a comprendere che, se sarà costretto a restare inerte di fronte alla sua malattia, avrà comunque pieno potere decisionale sul come gestirla. Spiegata con i versi dei Fontaines D.C., che accompagnano lo scorrimento dei titoli di coda, “As long as i’ve known, there’s no feeling to draw. You may be the reason, but I am the law.”

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