
Scritto e diretto da Mary Bronstein, è arrivato alla Festa del cinema di Roma If i had legs i’d kick you con protagonista Rose Byrne, con cui ha vinto a Berlino l’Orso d’argento 2025 come miglior performance.
In questo piccola gemma uscita dal Sundance Film Festival Linda (Byrne) è una donna stressata con un marito assente, preoccupata per la figlia malata (Delaney Quinn) che è costretta a vivere con la flebo, e contemporaneamente sopraffatta dal suo lavoro da psicologa. Tanto che vorrebbe sentirsi più paziente che terapeuta e a volte lo è, dato che il suo stesso terapista (Conan O’Brien) lavora ad una porta di distanza dal suo studio. Il tutto precipita ancora più nel caos quando è costretta a trasferirsi in un hotel con la figlia a seguito di una rottura di un tubo in casa che provoca un buco sul soffitto.
Il film è un susseguirsi di situazioni stressanti in cui Linda precipita senza avere il tempo di fermarle e senza un momento di respiro, nonostante il respiro sia proprio quello su cui prova più volte a concentrarsi, fallendo. Anche la concentrazione da terapeuta risulta fallimentare, portandola all’alienazione completa davanti ai pazienti o al contrario, talmente dentro certe dinamiche da potersi solo proiettare nell’altro. Come nella relazione con la paziente Caroline (Danielle Macdonald) appena diventata madre, in un rispecchiamento terribile e simbolico. Linda prova a mantenere il controllo, ma in un contesto in cui perfino cercare parcheggio per la macchina diviene estenuante quanto riuscire a far mangiare la figlia, tutto è destinato a precipitare in una spirale in cui la realtà non diventa altro che allucinazione.
If i had legs I’d kick you è una boccata d’aria fresca sia su ciò che racconta sia sul come. Porta sullo schermo la vita di Linda pedinandola con la macchina da presa e compiendo una scelta narrativa inusuale e per questo persuasiva nel suo messaggio. Attraverso le numerose soggettive vediamo attraverso i suoi occhi il mondo, ma al tempo stesso non la perdiamo mai di vista con primissimi piani resi efficaci anche dalla bravura di Rose Byrne che regala una perfromance struggente e introspettiva. Nessuna inquadratura per la figlia (nonostante sia il focus delle preoccupazioni della madre), ma semplicemente un avvicinamento fisico e metaforico dentro il vortice di pensieri di Linda nella sua lotta per la propria pace interiore.
E più la corda si stringe, più lo stress sale più capiamo che la macchina da presa la segue perché è lei che non riesce a scollarsi di dosso se stessa, con tutti i suoi rimpianti ed i suoi pensieri autodistruttivi che sono più dei rimossi inconsci. E tutto ciò che viene rimosso nella nostra mente funziona come un tubo rotto in casa: può solo essere ignorato talmente tanto da formare un buco che rende impossibile non vederlo. Solo guardarci attraverso può essere la via per capire come ripararlo.
Bronstein scrive e dirige un film sulla complessità della maternità e sul sottovalutato lavoro di cura delle donne. Il titolo non a caso richiama il detto americano ‹‹You don’t have a leg to stand on ››, rivolto a chi non ha più forze nemmeno per reggersi in piedi e nessun aiuto su cui contare. E dopotutto Linda le ha le gambe, così come potrebbe avere aiuti, ma la normalizzazione da parte della società della presunta facilità di essere madri fa sì che cada in una spirale di esaurimento e paure irrisolte, che può scegliere di proiettare o di far uscire allo scoperto. Una rappresentazione fedele e reale che spia la sua protagonista fino ai luoghi più privati delle proprie colpe e delle proprie responsabilità attraverso una scelta registica che ci permette di entrarci in empatia.
Bronstein usa una penna schietta ma al tempo stesso dolce con Linda, senza mai cadere nel drammatico o nell’estremo, tirando in causa sin dalla prima scena il mondo della psicologia. Viene indagata l’importanza della terapia e del mettersi completamente a nudo in una dinamica transgenerazionale, dell’avere coraggio di sapersi vedere per poter cambiare e aiutare chi si ha intorno. E la cura con cui lo racconta è veritiera fino a far male, fino a permettere una immedesimazione totale. A Linda non viene scontato nulla, nemmeno ogni suo piccolo pensiero o manierismo. La vediamo, la analizziamo, la giudichiamo, ma in fondo la capiamo bene. Perché l’onestà con cui ci viene rappresentata ci permette di poterci sentire lei, e quindi meglio con noi stesse, con i nostri pensieri più oscuri. E per ricordarci che abbiamo delle gambe da usare per scalciare quanto vogliamo.

