Ricchi…da morire (Delitti in famiglia), la recensione: elogio del cinismo

Becket e Julia

Nero. Dal fuori campo ci cattura il metallico rumore delle grate scorrevoli di una cella. Luce, primo piano su Becket Redfellow (Glen Powell), detenuto in attesa dell’imminente esecuzione capitale. Becket ci guarda con smorfia sorprendentemente ironica e sorniona. La stessa che nel campo-controcampo rivolge a padre Morris (Adrian Lukis), il  prete che lo ha appena raggiunto per raccogliere le sue ultime volontà, anch’egli imbarazzato dall’aspetto tutt’altro che disperato di Becket. In  questi primi 60 secondi di proiezione c’è un po’ tutto il mood di Ricchi…da morire (Delitti in famiglia) (trailer), orribile trasposizione in italiano dal titolo originale How to Make a Killing, remake della dark comedy del 1949, Kind Hearts and Coronets, uscita in Italia col titolo di Sangue blu, con Alec Guinness magistrale protagonista quanto insolito interprete di più ruoli.

Nella nuova versione, scritta e diretta da John Patton Ford – già gratificato dal discreto successo de I crimini di Emily nel 2022 – il regista cambia completamente tempo e ambientazione; dalla Londra edoardiana di fine XIX secolo all’odierna New York di Manhattan (ricchezza e privilegio) e del New Jersey (esclusione da entrambi).

La trama gialla prende spunto dall’ “incidente di gioventù” occorso all’adolescente Mary (Nell Williams), rampolla del miliardario casato Redfellow, che, rifiutando le prassi aristocratiche della famiglia e accettando di esserne diseredata,  decide di tenere il nascituro Becket. Si apre così il tema – che sarà il fil rouge di tutta la vicenda – del divario socioeconomico fra chi ha tutto e chi è lasciato senza niente (uno dei temi critici della moderna società capitalistica occidentale e non solo).

In questo senso anche mamma Mary – alla ricerca di un’occasione di rivalsa morale, economica e sociale –  pochi anni dopo, colpita da un male incurabile, sussurrerà in punto di morte al suo piccolo Becket «…fight for the life you deserve…». Da quel momento in poi questa frase diventerà per Becket la giustificazione morale di ogni sua azione.

Il film procede come una sorta di “parabola morale”, partendo dall’iniziale dialogo in cella fra padre Morris e Becket, alternando veloci battute fra di loro a lunghi flashback che ci raccontano tutti gli eventi che lo hanno portato ad arrivare in quella cella, proprio  in quel momento, proprio in quelle condizioni.

La femme fatale

John Patton Ford ci racconta tutto questo attraverso una regia discreta, misurata, elegante e ironica. Interessante (anche se non particolarmente originale) la narrazione in voice-over di Becket che creando una complicità con lo spettatore – portato a comprendere le sue motivazioni anche quando diventano assai discutibili, per non dire inaccettabili – configura il classico anti-eroe del cinema contemporaneo, costantemente alla ricerca di sé.

Per un film di questo genere lo spoiler è assolutamente proibito. Ritroveremo però coprotagoniste, insieme a Becket, due donne: Julia Steinway (Margareth Qualley, già apprezzata in The Substance), classica femme fatale (forse anche troppo) hollywoodiana e Ruth (Jessica Henwick) brava ragazza dal volto pulito e dai limpidi sentimenti. Il vecchio magnate e capofamiglia Whitelaw Redfellow (Ed Harris), “mitico” nonno di Becket, sarà lo stesso che pronuncerà la battuta che meglio definisce il contenuto del film «…the only thing that can really hurt you is the sound of your own conscience. But if you just turn your head enough to the wind, you can make that sound into a whisper…».

La combinazione di una trama semplice ma costellata di piccoli-grandi colpi di scena insieme ad una dinamica ed efficace accoppiata montaggio-fotografia ci restituisce un film in grado di tenere vivo il nostro interesse senza troppi scossoni lungo il suo intero arco narrativo per restituirci però, alla fine di questo “divertimento”, un vero e proprio “elogio del cinismo”.

La coscienza umana è sempre disposta al compromesso, financo al tradimento, per evitare problemi, sofferenze e magari trarre dei vantaggi, specie se irrinunciabili. Questo gusto amaro che il film ci lascia in bocca avrebbe meritato – oltre alla su citata battuta del vecchio Whitelaw Redfellow – di essere espresso in modo più compiuto, profondo e un po’ meno divertente. Peccato.

In sala dal 17 Giugno.

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