Return to Silent Hill, la recensione: più eco del passato che vero ritorno

return to silent hill, recensione

Nel 1996 la società giapponese Capcom realizzò un videogioco survival horror zombie che cambiò per sempre il mercato videoludico internazionale. Resident Evil (in Giappone Biohazard) venne lanciato in occidente con uno spot diretto da George Romero: il gioco finì per indicare la via all’intera industria del settore. Sull’onda di questo incredibile successo, la Konami decise di costruire un team per realizzare un suo survival horror per il mercato internazionale ingaggiando stagisti e giovani dipendenti inesperti e sacrificabili. Ai ragazzi venne dato un bassissimo budget, oltre alla promessa di carriera in caso di riuscita e di licenziamento in caso di fallimento.

La scarsità dei mezzi, l’inesperienza dello staff ed il profondo odio verso l’horror del loro capogruppo Keiichirō Toyama invece di essere una sentenza di condanna a morte avrebbe inaspettatamente prodotto un survival horror fra i più originali, creativi e perturbanti della storia del videogioco facendo del Team Silent una squadra di nomi leggendari che avrebbero profondamente influenzato il mercato per decenni. Silent Hill, rilasciato nel 1999, ha ancora oggi una posizione dominante nel mercato videoludico, attraverso i suoi seguiti e remake ed è un marchio da milioni di dollari che sforna costantemente un merchandising in grado di spaziare nel fumetto, il teatro, la musica, la moda e naturalmente il cinema.

Nel 2006 esce il primo adattamento cinematografico del mondo di Silent Hill per la regia di Christophe Gans. Il film ottenne una buona accoglienza da parte della critica e soddisfò il pubblico, soprattutto quello dei gamer che riconoscono lo sforzo da parte del regista di mantenere fedeli l’ambiente ed i mostri canonici del primo videogioco. Il regista francese Christophe Gans proviene dalla critica cinematografica ma non da quella tipica del cinema d’autore, bensì del cinema di genere, ed in primo luogo, non americano. Nel 1997 Gans fonda la sua rivista sul cinema asiatico HK Magazine che diventa ben presto un punto di riferimento internazionale sul cinema di genere dell’estremo oriente. Gans cresce con il cinema di genere italiano di Riccardo Freda, Mario Bava e Dario Argento a cui rende omaggio nel suo primo cortometraggio Silver Slime, a questi registi però non osa mai paragonarsi limitandosi in conferenza stampa ad Antonio Margheriti. Il primo lungometraggio di Gans è un coraggioso ed ambizioso adattamento del manga Crying Freeman che prende fortissima ispirazione dagli yakuza movie degli anni 70 ed il cinema della new wave hongkonghese della seconda metà degli ottanta. Il film lancerà Marc Dacascos e sarà la prima collaborazione di Gans con lo sceneggiatore canadese Roger Avary, che aveva già lavorato con Tarantino in Resevoir Dogs, Trume Romance – Una vita al massimo ed aveva già scritto il cult movie Pulp Fiction. La collaborazione fra Gans ed Avary raggiungerà il suo vertice proprio con l’adattamento di Silent Hill.

Dopo il successo del film del 2006 la Konami tenterà un rilancio del franchise nel 2012 con un secondo film che fa da seguito a quello di Gans (senza coinvolgerlo nel progetto) intitolato Silent Hill Revelation. Un’opera dal budget considerevole che si avvale del ritorno del cast originale, più di due giovani divi della tv come Adelaide Clemens (fresca del successo in tv di Parade’s End) e Kit Harington (John Snow di Game of Thrones). Il film puntava su volti iconici del cinema classico come Carrie Anne Moss (Trinity di Matrix) e Malcom Mcdowel (Alex di Arancia meccanica), ma fu una delusione al botteghino e venne stroncato dalla critica che non trovò nella regia di MJ Basset la stessa qualità del lavoro di Gans.

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In quel periodo anche la produzione dei videogiochi del filone visse un momento di difficoltà e nel 2014 la Konami tentò un coraggioso esperimento che potesse riunire il pubblico dei videogame con quello del cinema attraverso il leggendario Silent Hills. Purtroppo ciò che rende questo progetto leggendario non è solo la sua innovazione (brillantemente dimostrata dalla sua demo P.T.) oppure la qualità artistica dello staff che vedeva al lavoro sia Kojima Hideo che Guillermo Del Toro e come protagonista Norman Reedus, ma la sua sostanziale inesistenza. Dopo una demo assolutamente iconica, che ha influenzato centinaia di videogiochi horror indipendenti e che fa ancora da incipit in moltissimi giochi di ruolo horror, il progetto naufragherà e la demo più amata del decennio sarà ritirata dal mercato. Ancora oggi le playstation usate che vengono vendute con la demo ancora carica nel loro hard disk hanno un valore di vendita superiore alla media.

Il 13 marzo 2025 la Konami, con un grande evento multimediale trasmesso in streaming mondiale intitolato Silent Hill Transmission, rilancia il brand annunciando diversi videogiochi e remake dei classici ed un nuovo film che segna il ritorno alla regia di Christoph Gans: Return to Silent Hill (trailer)

Gans conferma le aspettative del suo pubblico e mette in scena una Silent Hill profondamente rispettosa degli ambienti e delle creature del videogioco Silent Hill 2 Remake. Prima di tutto va chiarito che Silent Hill non è veramente composto dai suoi protagonisti (ecco perché fallì il secondo film) ma dagli ambienti, dalle condizioni sovrannaturali e dalle creature che vi vivono. Silent Hill era una città fondata sui roghi delle streghe, abitata da una setta religiosa che utilizzava la violenza e la tortura come strumento per la redenzione delle anime e nascondeva in una religione estrema e bigotta i suoi più profondi peccati. Il rogo di una bambina finì per generare una creatura potentissima e dalla rabbia sconfinata che arse nel profondo la città e tutti i suoi abitanti rendendoli per sempre mostri supplizianti al servizio di un inferno perpetuo nascosto da una nebbia di cenere nel cuore degli Stati Uniti. Chi visita Silent Hill lo fa perchè ha già iniziato il suo percorso nell’aldilà e si ritrova in un limbo di orrore e sofferenza in cui confrontarsi con la sua colpa o il suo dolore.

Quello che deve ritornare in un videogioco o un fumetto o un film di Silent Hill è piuttosto la città, i suoi abitanti ed, in particolare, alcuni mostri iconici come Pyramid Head o le infermiere cieche e armate oppure quegli strani umanoidi a due gambe che hanno il resto del corpo avvolto in sacca della loro stessa pelle e che esplodono di acido improvvisamente (sono di solito i primi cittadini con cui si ha a che fare).

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Il film rispetta la struttura narrativa della sceneggiatura del videogioco di Silent Hill 2 quasi alla lettera concedendosi però delle libertà finalizzate a rendere più chiara la trama e l’epilogo. In effetti, il finale dei film di Silent Hill è da sempre problematico perché obbliga una soluzione lineare ad un prodotto originale interattivo e con molte possibilità di epilogo. Fra gli 8 finali del videogioco, escludendone due volutamente demenziali, almeno 4 condividono la stessa struttura e sono differenti solo per alcune varianti; senza spoilerare troppo, dunque, si può scrivere che Gans sceglie di creare una quinta variante del finale più comune. L’innovazione più interessante che il regista apporta la testo originale è però il ruolo del protagonista rispetto agli eventi a cui assiste. James Sunderland (Jeremy Irvine) è un pittore straziato dal lutto della perdita di sua moglie Mary Crane (Hannah Emily Anderson), figlia del decano di Silent Hill. Una notte stravolto dal dolore decide di guidare fino alla città in cui tutto ebbe inizio senza sapere di essere destinato ad un esperienza sconvolgente.

Come nel videogioco Silent Hill 2, anche nel film la maggioranza delle creature dannate che incontrerà il protagonista sono di sesso femminile sia quando si tratta di mostri che quando si tratta di esseri umani come lui. Nel caso di Mary incontrerà prima di tutto Maria, un chiaro costrutto della sua fantasia che nel comportamento e nelle inquadratura non può che ricordarci La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock e Lost Highway di David Lynch. Maria in tutto e per tutto sembra una variante di forte picco sessuale della sua amata Mary, una caratterizzazione che lo allontana dalla moglie idealizzata e con cui deve fare i conti psicologicamente. Rispetto al videogioco, dove questo dettaglio non viene mai chiarito, tutte le figure femminili umane che James incontrerà sono frammenti della vita e del passato di Mary. Ad ognuna delle anime umane nel gioco corrisponde un mostro contro cui James deve lottare oppure (ma lo sanno in pochissimi) da cui deve semplicemente resistere rimanendo in vita e in questo secondo caso dopo alcuni minuti i mostri si sconfiggono da soli.

Nel caso del film di Gans, a James spetta solo il compito di assistere alla loro manifestazione ed all’espressione della loro sofferenza. Trattandosi in qualche modo di emanazioni della donna amata, James ne ascolta il dolore ma non è tenuto a combatterli. Va inoltre rilevato che i mostri femminili sono meno sessualizzati nel film rispetto al videogioco, fatta eccezione per il costrutto più erotico di Mary, ovvero la ragazza di nome Maria che resta fortemente finalizzata a stimolare l’interesse sessuale di James anche se in modo più disturbante e molesto.

Return to Silent Hill è insomma promosso sul livello di coerenza con il videogioco e rispetto delle regole del brand, non è però alla moda, si rivela più classico e narrativo della media attuale sul mercato, con una trama e dei personaggi ben costruiti che vanno oltre le regole del genere, il che lo rende fruibile anche per uno spettatore non particolarmente legato al genere horror.

Al cinema.

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