#RomaFF20: Rental Family, la recensione del film di Hikari

Rental family recensione

Perché gli esseri umani mentono? O meglio, perché molto spesso ci è così difficile dire la verità? La regista Hikari, con il suo nuovo film Rental Family (trailer), si pone questo interrogativo applicandolo ai problemi della società giapponese contemporanea e portando Brendan Fraser a Tokyo, tra un’attenta orchestrazione di bugie e onestà.

Presentato nella sezione Grand Public nella ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma, il film vede come protagonista Philip (Fraser), americano trasferitosi ormai da diversi anni nella capitale nipponica e attore in difficoltà. Dopo il primo “grande” ruolo in una pubblicità di successo per dentifrici, Philip non è più riuscito ad ottenere altre parti soddisfacenti e si è visto quindi costretto ad arrangiarsi con qualche piccola comparsata in produzioni di poco conto. Tutto cambia quando la sua agente lo costringe a partecipare a un finto funerale, organizzato da una particolare agenzia: la Rental Family, specializzata nel noleggio di attori per qualsiasi tipo di necessità. Se si avesse bisogno di un finto padre, di un amico con cui giocare ai videogiochi o di un finto marito o amante, l’agenzia troverà la persona adatta per l’occasione. Nonostante l’iniziale incertezza, Philip si ritrova ben presto ad accettare gli ingaggi pur di guadagnare, affiancato dai suoi colleghi (Hira Takeito, Yamamoto Mari e Bun Kimura), vere e proprie guide in una realtà di menzogne fino a quel momento a lui sconosciuta.

Rental Family recensione

La premessa, che può sembrare un semplice espediente comico per raccontare una storia di differenze culturali, è in realtà un vero fenomeno in Giappone, sviluppatosi intorno agli anni Novanta. Con il pretesto di raccontare tali servizi, la regista ci regala una storia dolce, simpatica e a tratti anche commovente di persone sole che trovano conforto al di fuori della famiglia, proprio grazie al mestiere di Philip e degli altri impiegati. Strettamente connesso al discorso sulla natura di queste finzioni costruite, Rental Family si rivela essere anche una riflessione sull’apatia e sulla solitudine che permeano la nostra realtà contemporanea, dove l’illusione di essere costantemente connessi ha finito invece proprio per accentuare la distanza tra le persone. La possibilità di “affittare una famiglia” si fa quindi metafora di un mondo che sta perdendo la capacità di comunicare sinceramente, condizione che riecheggia in particolare nelle usanze della società giapponese, sempre molto attenta alle apparenze e alla conformità. Non sorprende allora che questo tipo di servizi trovi terreno fertile: può diventare un momentaneo rifugio per chi ha bisogno di sentirsi accettato.

Lo stesso Philip trova conforto come membro attivo dell’agenzia: è un uomo solo, un gaijin in una città in cui fa fatica a integrarsi, smarrito non solo per lingua e cultura diverse, ma anche per la mancanza di uno scopo nella sua vita. Hikari utilizza sapientemente la fisicità di Fraser – imponente rispetto alla media nipponica, ma capace di restituire una genuina dolcezza – per evidenziare anche visivamente il suo essere fuori posto.

In queste relazioni, nate dal falso ma alimentate da un’autentica necessità di affetto, il film trova la sua dimensione più sincera e toccante. In particolare, i rapporti del protagonista con l’anziano attore Hasegawa Kikuo (Emoto Akira) e con la piccola Mia (Shannon Mahina Gorman), per la quale fingerà di esserne il padre, rappresentano i punti di svolta per la sua crescita emotiva.

Rental Family, dunque, non pretende mai di elevarsi a un livello di profondità o ambizione al di fuori della sua portata ed è per questo che funziona. Pur non scadendo mai nel sentimentalismo eccessivo, ci racconta una storia che scalda il cuore e che, tra risate e qualche lacrima, arriva dritta al punto proprio per la sua semplicità.

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