
Albert Einstein, con l’avvicinarsi dell’eclissi del 1919, teorizzò che la gravità del Sole avrebbe deviato la luce delle stelle che passavano vicine alla sua corona solare, incurvando lo spazio-tempo. Da questa intuizione prende il nome Eklipse (trailer), opera prima di Manuel Wetscher presentata all’83esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica nella sezione Orizzonti.
La sinossi, largamente ispirata da dati autobiografici del regista, racconta il rapporto tra due bambini, Tomy (Moritz Hohlrieder) e Chris (Finley Brown), nel quadro di un’estate passata tra i campi alpini. Le giornate dei due si muovono all’insegna di un ritmo lento, scandito dai piccoli lavori che operano per l’attività pastorale dello zio di Tomy e dai teneri giochi tipici dell’infanzia. A piegare la luce di questo sistema apparentemente perfetto arriva però la notizia della condizione in via di peggioramento del padre di Tomy. Ben presto Chris apprende che questo si è ammalato della “malattia dei gay”. Il padre è infatti affetto da AIDS, informazione che però non è stata fornita a Tomy, che crede si tratti di una semplice polmonite. Dal momento in cui Chris prende consapevolezza , l’equilibrio si spezza, e iniziano settimane di silenzi e tensioni che spezzano lentamente l’amicizia pura tra i due bambini.
Gli aspetti più autentici tratti dalla vita del regista sono vari: l’AIDS del padre, il rapporto di amicizia tra i due bambini, la curiosità per l’astrologia data dall’imminente eclisse, sono tutti elementi realmente vissuti da Manuel Wetscher. Questo legame così personale con la vicenda narrata fa da filo conduttore per tutta la narrazione. Nei piccoli gesti dei due bambini, nella naturalezza dei loro giochi ma anche nella costruzione del raffreddamento del loro rapporto dal secondo atto di Eklipse in poi. L’opera si concentra infatti su pochi dialoghi, lasciando ampio respiro alla sceneggiatura e preferendo a un ritmo serrato l’osservazione dei paesaggi e del ciclo scadenzato della vita di montagna. I quadri sono per lo più fissi, dotati di una fotografia molto curata e di inquadrature che restano facilmente impresse nella memoria dello spettatore, come i sintagmi iniziali con un effetto VHS.
Eklipse coglie con delicatezza il senso di disagio e di inadeguatezza che una vittima di pregiudizi può percepire. Chris si allontana infatti progressivamente da Tomy, temendo che anche lui abbia la malattia del padre e che possa essere contagioso. Il distacco è lento e amaro, perché Tomy non riceve alcun tipo di spiegazione, e il suo dolore non riesce dunque a raggiungere alcun tipo di disvelamento catartico. Chris rifugge nelle rassicurazioni della religione, per assicurarsi che il male che affligge il padre di Tomy e forse anche il figlio non possa raggiungerlo, in un tentativo di repressione che più che alla malattia stessa può essere ricondotta a un caso di omofobia interiorizzata. A spaventare non è tanto la patologia, quanto la fonte, il fatto che sia nota come “la malattia dei gay”. Eklipse riflette come questi pregiudizi e visioni stereotipate possano facilmente distruggere anche ciò che c’è di più puro, come il rapporto tra due bambini che vedono sbocciare la loro amicizia. L’eteronormatività e la disinformazione sulle malattie sessualmente trasmissibili macchiano anche le acque più cristalline di paesaggi apparentemente incontaminati. Così, proprio come in un’eclisse, la gravità di un evento finisce per piegare sotto il suo peso anche la luce delle più brillanti stelle.
L’opera prima di Manuel Wetscher risulta ben strutturata, delicata e allo stesso tempo profonda nel descrivere i sensibili cambiamenti nel legame tra i due protagonisti. Per quanto gli spunti siano personali e sensibilmente rappresentati però, si ha l’impressione che il film avrebbe potuto calcare di più su certi aspetti. Il ritmo disteso non è di per sé un difetto caratterizzante, ma rischia di diventarlo nel momento in cui neanche nel finale ciò che accade sullo schermo risulta essere impattante. Resta un’opera ad acquarello, sensibile, ma che avrebbe forse avuto bisogno di un segno più deciso.

