#Venezia83: The Echo Chamber, la recensione del film di Andrea Pallaoro

The Echo Chamber, la recensione

Qual è l’opposto della musica? Il rumore o il silenzio? The Echo Chamber (trailer) di Andrea Pallaoro risponde brutalmente al quesito. Un film claustrofobico e distaccato racconta il percorso di recupero del produttore musicale Leonardo (Luca Marinelli), mescolando due piani temporali: prima, la nascita del rapporto d’amore tra il protagonista e la sua fisioterapista Anne (Alicia Vikander); dopo, il cammino di riabilitazione di Leo a seguito di un’overdose da antidolorifici e l’estenuante produzione del suo nuovo disco. Durante questo successivo lasso di tempo, i due amanti non hanno contatti diretti; Anne, tuttavia, è nascosta in casa di lui per osservarlo e prendersene cura furtivamente.

Il film porta in scena l’ultima sceneggiatura del maestro Bernardo Bertolucci a quasi dieci anni dalla sua scomparsa. La penna del grande regista è fortemente riconoscibile in una storia che trasforma l’amore in una straniante esperienza di reclusione e che trova la sua forma più adatta in un estremo kammerspiel: nemmeno per un attimo la macchina da presa si azzarda ad uscire dall’asfittico appartamento di Leonardo. In questa silenziosa e soffocante camera d’internamento i personaggi vengono inghiottiti dai loro pensieri, dalle loro paranoie, mentre simboli e motivi ricorrenti si richiamano costantemente: l’invalidante mal di schiena del musicista si muove di pari passo con la sua incapacità di portare a termine il suo lavoro e le iniezioni di Anne apportano sul suo corpo lo stesso effetto benefico che avranno le riflessioni dell’anziana cantante Ava May (Susan Sarandon) durante la disintossicazione.

L’assordante assenza di una colonna sonora costringe l’ambiente a parlare al posto dei personaggi, secondo un linguaggio tutto allegorico che trova i suoi momenti di maggiore forza nei lunghi silenzi tra un dialogo e l’altro. L’aspetto fotografico prova persino ad omaggiare lo stile di Vittorio Storaro, collaboratore storico di Bertolucci: l’appartamento è tappezzato di quadri e decorazioni che esplorano diverse tonalità di rosso e arancione, richiamando il desolante calore di Ultimo Tango a Parigi. Ma l’aspetto forse più asfissiante sta nella scelta di uno strettissimo formato 4:3 (forse anche qualcosa in meno). I corpi e i movimenti tagliati dallo schermo stimolano il desiderio di evadere nel fuori campo, costringendo lo spettatore alla stessa condizione di prigionia dei personaggi.

Senza sapere dove andare a sbattere la testa, Anne e Leonardo annegano nella loro stessa amecanìa, chiedendosi se siano davvero in grado di superare gli ostacoli della loro esistenza e dove si trovi il limite tra l’aiutare l’altro e il servilismo, tra l’amore e la sottomissione.

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