#Venezia82: Late Fame, la recensione del film di Kent Jones

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Le giornate di Ed Saxberger (Willem Dafoe) procedono lente e monotone come impiegato postale da quasi quarant’anni. Vaga tra le strade di New York tra una commissione e l’altra per poi fare sempre ritorno al suo piccolo e spoglio appartamento, nel quale vive da solo. Tutto cambia quando un giorno, prima di rientrare in casa, viene fermato da un ragazzo, Meyers (Edmund Donovan), che afferma di averlo riconosciuto. Nella sua adolescenza, infatti, Saxberger aveva pubblicato «Way Past Go», una raccolta di poesie rimasta pressoché sconosciuta. L’entusiasmo del ragazzo, deciso a introdurlo nel suo circolo di amici intellettuali, riaccende in lui un timido interesse per un’arte che aveva dovuto abbandonare a favore di un’occupazione più concreta.

Questa è la premessa di Late Fame, il secondo lungometraggio del regista e critico statunitense Kent Jones, presentato nella sezione Orizzonti dell’82ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Il film, scritto da Samy Burch (già sceneggiatrice di May December), è basato sull’omonimo racconto di Arthur Schnitzler.

Il confronto tra generazioni è al centro di questa storia: da un lato c’è la visione bohémien di Ed, per cui fare poesia significa attingere da ciò che lo circonda, perseguendo la propria passione per fame di esprimersi e rivendicare la propria singolarità; dall’altro l’inconcludente, verbosa e fondamentalmente superficiale passione dandy dei suoi nuovi giovani amici, che disprezzano social e influencer in nome di una presunta “vera arte”.

Jones, dunque, riflette non senza critiche sulla società intellettuale odierna, permeata da un’ipocrisia con la quale non è sempre facile fare i conti. I giovani artisti pur apparentemente mossi da un interesse per la letteratura, si scoprono gradualmente omologati alle stesse figure che tanto criticano: benestanti, vicini alla tecnologia e alla ricerca di notorietà.

Sebbene l’intento della premessa possa apparire intrigante, il film fatica a decollare per tutta la sua durata. Sotto una ripetitiva massa di dialoghi sul fare arte e racconti nostalgici dei tempi passati, Late Fame esaurisce ben presto ciò che ha da dire, rendendosi anche alquanto prevedibile. Il film di Jones ci spiega che fare poesia non significa necessariamente darsi arie in circoli ristretti con atteggiamenti puramente performativi, facendo finta di leggere e conoscere autori di nicchia per sentirsi parte di un gruppo intellettuale che non esiste più. L’ispirazione poetica può, al contrario, emergere anche e soprattutto da vite più semplici di persone comuni, che non inseguono la notorietà costringendo la creatività a manifestarsi con tempistiche prefissate, ma lasciano che questa le sorprenda quando diventa un’urgenza, anche solo una volta nella vita.

L’esperienza di Willem Dafoe nel dare vita alla personalità sfuggente e malinconica del protagonista è una sicurezza e un conforto per lo spettatore. Chi emerge realmente, però, è la stravagante Gloria, interpretata da una splendida Greta Lee (già vista nell’acclamato Past Lives) che, come un magnete, catalizza su di sé l’attenzione ogni volta che è in scena. Il solo talento del cast, tuttavia, non è abbastanza per sostenere una sceneggiatura debole e che fatica ad approfondire i propri personaggi, lasciando la sensazione di aver visto un film vuoto e superficiale, così proprio come le figure che tenta di criticare.

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