Quella notte: la recensione della miniserie Netflix

Quante verità può contenere una sola notte? La miniserie spagnola, distribuita da Netflix, costruisce il proprio impianto narrativo su questo interrogativo. Un evento unico può generare una molteplicità di versioni. In Quella notte (trailer), adattamento del libro That Night di Gillian McAllister, il fatto traumatico viene introdotto tramite lo studio sul caso, per poi essere progressivamente smontato e ricostruito attraverso una pluralità di sguardi. La serie ripercorre le vicende di tre sorelle, la cui vita è stata drasticamente cambiata da quella notte. Elena (Clara Galle), in vacanza nella Repubblica Domenicana con la famiglia, investe un uomo e, in preda al panico, chiede aiuto alle sorelle.

La struttura è uno degli elementi più interessanti della serie poiché ogni episodio si concentra su un personaggio diverso, e sulla sua visione dei fatti. La serie tuttavia introduce una complessità ulteriore perché moltiplica le linee temporali, alterando il racconto di quella notte a flashback di anni prima o dell’infanzia delle tre sorelle. Questo impianto conferisce profondità e ambizione al racconto, ma rischia di comprometterne la fruizione immediata. In un panorama seriale sempre più competitivo, la capacità di catturare fin da subito l’attenzione diventa cruciale e in questo caso la serie sembra sacrificare questa immediatezza. Nei primi episodi infatti, la sovrapposizione di piani temporali può risultare disorientante e solo col procedere della visione le traiettorie iniziano a chiarirsi.

Uno degli elementi più riusciti è il lavoro sulla voce narrante, che, come i personaggi, varia ad ogni episodio. La voce over della sorella di mezzo, Cris (Paula Usero), introduce la vicenda nel primo episodio con un tono intimo, quasi confessionale, intrecciando il racconto di quella notte con il suo passato nella Repubblica Dominicana, dove ormai vive da un anno. Questo dispositivo contribuisce a costruire una soggettività forte, che però viene destabilizzata quando la versione dei fatti offerta da Cris viene ribaltata dalla prospettiva della sorella maggiore Paula (Claudia Salas, protagonista in Élite), innescando un continuo slittamento percettivo. Lo spettatore è così chiamato a rinegoziare costantemente ciò che crede di sapere.

Il rapporto genitori-figli si rivela essere uno dei temi fondamentali nella miniserie, che mette in scena una famiglia intrappolata in dinamiche ricorrenti, dove errori e responsabilità si trasmettono di generazione in generazione. Ogni personaggio è denso di conflitti interiori: il peso della responsabilità grava soprattutto sulla figlia maggiore, costretta spesso a sacrificare se stessa in nome dell’equilibrio familiare.

Merita un’attenzione particolare l’approccio della serie alle tematiche LGBTQIA+. In un panorama televisivo spesso accusato di queerbaiting, la rappresentazione della relazione tra Paula e sua moglie Luisa (Nüll García) brilla per naturalezza. Il loro desiderio di avere un bambino e la loro quotidianità sono trattati senza ricorrere a stereotipi, offrendo una rappresentazione queer autentica e profondamente significativa per la società odierna.

La miniserie lavora in modo interessante anche sul piano visivo. In alcune scene, l’uso della soggettiva, attraverso lo sguardo della piccola Ane, figlia di Elena, introduce un elemento importante che funge da fil rouge per l’intera serie. I personaggi, rivolgendosi direttamente alla macchina da presa, trasformano lo spettatore in un interlocutore implicito. Ane diventa un punto di accesso attraverso cui lo spettatore è invitato a interrogarsi sulla verità dei fatti.

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