
Primi del Settecento. Nascoste al mondo le giovani orfane dell’Ospedale della Pietà, il più grande orfanotrofio di Venezia, vengono avviate se ritenute abbastanza dotate allo studio della musica, ma possono esibirsi solo dietro grate o a volto coperto. Cecilia (Tecla Insolia) ha vent’anni, vive da sempre in quelle mura ed è una delle più promettenti violiniste del gruppo. Vorrebbe vivere di musica, tuttavia dovrà abbandonare ogni aspirazione artistica per sposarsi contro la sua volontà. L’arrivo del nuovo insegnante, Antonio Vivaldi (Michele Riondino), porterà un‘ondata di scompiglio creativo e libertà musicale che lentamente risveglierà Cecilia dalla rassegnazione. Un incontro tra due solitudini sovversivo nella sua profonda e sincera semplicità.
Damiano Michieletto, famoso regista d’opera, esordisce nel lungometraggio di finzione con questo film elegante e viscerale. Da poco reduce del successo della sua regia di Lohengrin, che ha aperto la stagione del Teatro dell’Opera di Roma, Michieletto consegna un film dove la sua esperienza nell’ambito del teatro lirico si sublima non in mero ausilio ma in funzione strutturante. La musica, sia originale che di repertorio, scandisce il respiro del film ricreando un’atmosfera autentica e concreta nel dialogo con una fotografia che predilige toni naturali e una percezione di polverosità. Un’evasione nella materia, dove il suono sembra penetrare in quell’aria terrosa di colori bruni e pesantezza voluta.
Una liberazione a metà, perché la grande musica risveglia, entra nelle viscere, ma da sola non salva secondo Michieletto. La vera libertà, quella totale, è nell’accogliere la vita e i suoi rischi, nel gettarsi da un dirupo di incertezze e trovare un nuovo respiro. Le musiche originali, che nella loro bellezza e intensità si amalgamano perfettamente a quelle classiche di repertorio, sono composte e orchestrate da Fabio Massimo Capogrosso ed eseguite dall’Orchestra e Coro del Teatro la Fenice.

Primavera (trailer) è una storia di formazione, ma anche una sinfonia che ritrae l’incontro tra due solitudini. Due anime perse nel grigiore che ridefiniscono sé stesse e i propri limiti. La sceneggiatura è di Ludovica Rampoldi che ha liberamente adattato Stabat Mater di Tiziano Scarpa. Protagonisti Tecla Insolia e Michele Riondino. Lei misurata, essenziale, introspettiva. Un corpo e uno sguardo disciplinato dalla sottrazione, una tensione emotiva che si dibatte negli spazi aperti di una musica liberatoria e conflittuale, sincera e sofferta. Sebbene i brani che lo spettatore ascolta siano affidati a professionisti e sincronizzati all’immagine, Insolia ha realmente imparato a suonare per entrare nel ruolo e restituire un effetto di autenticità nelle posture, nelle diteggiature e nelle pause. La macchina da presa infatti coglie e immortala lo sforzo dell’esecuzione e la tumultuosità del gesto artistico.
Riondino rifugge dall’interpretazione stereotipata o iperbolica dell’artista maledetto, adottando un approccio intimista e delicato per restituirne il profondo sfiancante sentimento di solitudine. Un barlume di ispirazione balena nel suo sguardo quando il suo Vivaldi compone o dirige, la vita torna a scorrere come se la luce del Sole sfiorasse le profondità di una cripta abbandonata. Nel cast è presente anche Stefano Accorsi in un ruolo viscido e autoritario che demarca la brutalità patriarcale presentata sotto le mentite spoglie di un etichetta decorosa e di facciata.
Una storia di autodeterminazione e ribellione, in cui la musica sprona e risveglia, facendo emergere sogni e una sete indomabile di libertà, ma non necessariamente esaurendo in sé stessa le potenzialità e le promesse della vita. C’è là fuori un mondo che aspetta Cecilia, sguardi amorevoli che lei non conosce e un flusso in divenire a cui abbandonarsi, concedendosi nuove esperienze e divincolandosi dalla morsa di una società opprimente e asfissiante.

