
La felicità è una peste, contagiosa come il più violento dei veleni: si salvi chi, in cerca della sua libertà, la ripudia con ogni mezzo. Non ci si arrenda se, come Carol, si desidera restare umani. Pluribus (trailer) fa di questa premessa il suo punto di partenza, distaccandosi nettamente dalle serie precedenti dello showrunner Vince Gilligan. Il celebre creatore di Breaking Bad cerca così un ricongiungimento col suo primo amore, la science fiction (ricordiamo le sue giovani partecipazioni alle writer’s room di The X-Files), lasciandosi alle spalle il mondo della criminalità organizzata e del narcotraffico messicano.
A non scomparire è invece la cornice della storia: ancora una volta si torna ad Albuquerque, nostalgico teatro che ha accompagnato i personaggi di Gilligan nel loro ultimo ventennio di televisione. È qui che vive Carol Sturka, protagonista magistralmente interpretata da Rhea Seehorn, che torna a collaborare con l’ideatore della serie dopo aver prestato il volto alla preziosissima Kim Wexler di Better Call Saul. Inizialmente felice insieme alla compagna Helen, Carol ne subisce la perdita dopo l’arrivo di uno strano virus spaziale: chiunque sia contagiato rinuncia alla sua coscienza per entrare a far parte di un alveare cognitivo che racchiude le menti del mondo intero. Minimi e sparsi per tutto il globo sono i «superstiti», con cui Sturka sarà costretta a interagire per provare a salvare la Terra dall’invasione di questi moderni ultracorpi.

Trepidi di potersi unire ai pochi individui ancora sani, «Gli Altri» hanno una prerogativa fondamentale: garantirne la felicità in ogni modo. È solo e soltanto di felicità, infatti, che vivono i colonizzatori, in preda a una costante estasi che inebria ogni corpo impossessato. Incapaci, per cause sconosciute, di assorbire le menti degli individui rimasti, la battaglia che muovono contro l’umanità è soprattutto retorica: non con la forza, ma con l’ingegno, è imperativo convincere Carol e gli altri sopravvissuti che la vita da parassitati sia la migliore a cui ogni singolo possa aspirare. Così Pluribus stimola lo spettatore a porsi gli interrogativi più disparati: può la felicità coincidere in maniera assoluta con il libero arbitrio? In che misura si può aspirare ad una moralità perfetta senza limitare la propria individualità? Cosa, nel profondo, ci rende simili o dissimili dagli altri esseri umani? Si è sempre disposti a rinunciare alle proprie comodità per lottare a favore di una causa comunitaria?
È incredibilmente ambiguo il modo in cui la serie risponde a questi dubbi. Con immensa maestria, Vince Gilligan gestisce il rapporto di attaccamento con i personaggi in maniera altalenante: non sempre le azioni di Carol sono condivisibili, così come il giudizio sugli alieni oscilla costantemente tra il disprezzo e la comprensione. La missione della protagonista e la sua indagine, dunque, sono solo vettori di stimoli emotivi e intellettuali che di continuo mettono in crisi i rapporti di fiducia, affetto e rispetto reciproco tra le singole componenti della società. È innegabile, infatti, che la detection di Carol presenti dei momenti di suspense impeccabili, ma allo stesso tempo si ha l’impressione che i suoi risultati rischino di essere scontati o comunque meno soddisfacenti delle sollecitazioni critiche che stanno alla base di ogni puntata. In poche parole, sembra quasi che la prima stagione di Pluribus, nel suo mettere in scena un soggetto coraggioso e particolarissimo, condivida una lacuna con il primo volume di Breaking Bad: per quanto avvincente e piena di stimoli, la stagione fatica a trovare una conclusione e, di conseguenza, una sua autosufficienza dal punto di vista narrativo.

La crisi esistenziale di Carol Sturka, però, vede la sua epifania proprio nella suddetta indagine. Così come per Breaking Bad e Better Call Saul, la forza del racconto sta nel processo: il momento più intenso della narrazione di Gilligan coincide sempre con lo sforzo strategico volto verso il conseguimento di un obiettivo finale. Nulla è dato per scontato e Carol è costretta a dotarsi di ingegno e astuzia per ottenere, passo dopo passo, le più utili informazioni sulla minaccia spaziale. Intere puntate sono dedicate alla ricerca, al ragionamento, all’inseguimento di un’illuminazione che riveli il punto debole del virus sconosciuto. È quando la protagonista si chiude nel suo studio, armata di lavagna e pennarello, che il racconto trova la sua potenza massima, e non solo. Infatti è ovvio che «Gli Altri», in quanto unica mente a sciame, rappresentino la più grande fonte di sapere presente sulla Terra dopo l’invasione; i più grandi artisti, scienziati e uomini di cultura ora sono una cosa sola. Da qui, la posizione della Sturka, costretta a trovare da sé la soluzione al grande problema, e lo sforzo che ne consegue rappresentano non solo il punto più intenso della narrazione, ma anche la manifestazione ultima dell’umanità della protagonista.
Fallace, imperfetta, destinata a negligere i dettagli più importanti del nemico, Carol dimostra la sua integrità grazie al non sapere, ed è decisa, quasi sempre, a non cedere alla tentazione di inseguire l’onniscienza. È dunque proprio nel processo, nell’Eros verso lo scioglimento della difficoltà che l’essere umano si rende tale; ogni altra scorciatoia è una falsa promessa. La felicità non conta nulla senza la libertà di potersela conquistare, la pace è solo un’illusione se non c’è una guerra per cui combattere. Si rammentino le parole dei Radiohead, nella loro Exit Music (for a Film), che ora diventano un diabolico giuramento: «Now, we are one… in everlasting peace».
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