#PesaroFF62: Robert and June (and all the time in the world), la recensione

La recensione del film Robert and June

Gli spazi trasudano parole: è la potenza delle immagini. Il cinema è l’arte visiva per eccellenza. Forse l’unica davvero ancora capace di passività eterea, di completa assuefazione dello spettatore. Il cinema è movimento, quindi sogno, al contempo sintesi del ricordo. Ricordo smussato nel tessuto cerebrale, sgranato come le sequenze in pellicola di Jeff Cohen nella sua ultima meravigliosa opera Robert and June (And all the Time in the World).

Vediamo campi sterminati, alberi in un panorama impetuoso. Poi subito dopo una casa: quella del fotografo documentario Robert Frank e dell’artista contemporanea, sua moglie, June Leaf. Ecco una storia americana: gli scorci della loro vita, la natura della loro esistenza che viene ripresa nel quotidiano. I due si confrontano, paragonano l’uno e l’altro ad animali, si rilassano dopo una lunga vita di fatiche. Il regista li riprende nel tratto finale del loro cammino, contrastando la pace naturalistica alle loro figure pacifiche. Poi ritorna anche la metropoli, New York, la città dei self-made man, dove entriamo nello studio dei due coniugi. Calma e trambusto: prerogativa dell’essenza portata su pellicola. La Leaf lavora alle sue statue: figure umane realizzate in metallo che producono movimento se azionate manualmente. Classe 1929, artista eccelsa nel panorama delle avanguardie del dopoguerra, June crea situazioni, emozioni, che mette in scena come fosse una regista teatrale: madre attenta delle sue creature metalliche.

Robert and June (and all the time in the world), la recensione a cura di DassCinemag

Ad un certo punto Cohen racconta un episodio che può riassumere l’intera opera (ma anche il trotterellare incessante delle nostre vite contemporanee). Vuole fotografare di nascosto Robert fuori dal suo studio, sempre statuario e elevato mentre indossa una maglietta con scritto “Silencio”. Ma quello rapidamente se ne accorge. C’era da aspettarselo, Frank rivoluzionò la fotografia documentaria grazie alle sue opere vive e crude di un’America idealizzata e santificata nel dopoguerra. La “terra di Dio” veniva denudata grazie alla sua macchina fotografica che denunciava il razzismo, le disuguaglianze razziali e la sfrenata vita quotidiana. È un lavoro che trasforma l’occhio in lente, che ossessiona l’uomo al movimento e che lo eleva a dio poiché dotato della capacità di fermarlo, renderlo pellicola. Frank risponde a Cohen sentenziando una crudele verità: “devi essere più veloce”. Prerogativa eterna dell’essere (e del viver) contemporaneo. Ecco il nostro “riassunto”, il regista riprende i coniugi e immobilizza il tempo, il tessuto del ricordo, su pellicola. Ma sono attimi vissuti, dolcemente gustati, non conformi al trambusto del quotidiano. Eppure, per poter imprimere la realtà e donarla agli uomini (i fotografi come eterni Prometeo) serve cogliere il secondo, avere il momento propizio e quindi, consapevolmente, saper rendere testamento anche le nostre vite come Cohen fa con questa opera.

Il film finisce, June e Robert lasciano per sempre il mondo che avevano saputo descrivere dignitosamente con le loro creature. Rimane il loro ricordo impresso su otto o sedici millimetri di Cohen. Cos’è la vita? Immagini in movimento: che siano i sogni o le nostre sgranate memorie oppure ciò che l’occhio scruta quotidianamente. C’è chi lo immobilizza e lo rende cellulosa come Robert o chi lo rende materia come June. Poi c’è, chi come il regista, lo trasforma in moto, traslazione, essenza immaginifica dei nostri occhi.

Ti potrebbero piacere anche

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ho letto la privacy policy e acconsento al trattamento dei miei dati personali ai sensi del Regolamento Europeo 2016/679 (GDPR) e del D.Lgs. n. 196 del 2003 cosi come novellato dal D.Lgs. n. 101/2018.