The Thing in the Coffin di Péter Lichter

È forse sottinteso come la contromisura a una relazione sempre più fragile, inceppata, tra chi guarda e chi viene guardato sia la ragion d’essere della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, che non cerca il “nuovo” come categoria anagrafica o tecnologica, ma come possibilità di costruire una dialettica nuova, diversa con chi guarda e che senta la necessità di sottrarre lo spettatore a un consumo – efficace o meno che sia – immediato. È, allora, irresistibile l’idea che sta alla base di The Thing in the Coffin (trailer) di Péter Lichter: trasfigurare il mito di Dracula per interrogarsi sulla morte – apparente – del medium cinema e non solo.
A emergere dal buio del grande schermo è, allora, un secolo di cinema vampirico, un flusso discontinuo di volti e immagini irriconoscibili che affiorano appena per poi dissolversi in quella stessa materia che li ha generati. Lo stesso Christopher Lee, incarnazione hammeriana e archetipo dell’iconografia moderna del vampiro, finisce con l’essere riassorbito in quello stesso magma visivo, un flusso entropico che divora la natura del mito. Una negazione della possibilità, per le icone, di imporsi come centro gravitazionale del racconto, un livellamento iconografico in cui il mito non è che una cellula di una più vasta memoria cinematografica in stato di decomposizione.
La rimedializzazione del Dracula è, allora, per Lichter forse il tentativo di esorcizzare l’atavica paura di un’identità – quella collettiva – destinata a sfaldarsi con il medium stesso, vittima dell’impulso egemonico dell’immaginario hollywoodiano e di una dialettica – innata nella cultura capitalistica contemporanea – tra consumo e decomposizione, ovvero l’intrinseca fine già presente nella nascita di un mito, destinato al riciclo con il fine di essere – potenzialmente per l’eternità – mercificato.
Ma mentre la decomposizione dovrebbe progressivamente dischiudere nuovi livelli di senso, l’erosione dell’immagine, inizialmente perturbante, trova nella sua reiterazione una natura prevedibilmente programmatica, dove il deterioramento lascia il posto alla maniera, producendo inevitabilmente una sensazione di stasi perenne in contraddizione con la vitalità – teorica e non – dell’opera stessa. The Thing in the Coffin, allora, sembra volgere lo sguardo verso esperienze museali, installative, parallele al cinema, dove la durata e il flusso entropico non mettono a nudo i limiti di una forma alla lunga incapace di immergere lo spettatore.
Ne consegue un appiattimento anche per quella sintassi didascalica del cinema muto – tratta dall’opera di Bram Stoker – di cui il film decide di avvalersi, con la funzione prima – ai posteri fallace – di disseminare tracce in un universo caotico e perturbante. La struttura episodica è così una deviazione laterale di quello stesso principio visivo e sonoro, un esercizio di stile solo all’apparenza disposto a mettersi davvero in relazione con lo spettatore. Ne consegue che, The Thing in the Coffin, non è che un oggetto teorico stimolante, ma sempre meno capace di farsi cinema.
The Rib Of the Greater Bay Arena di Zhou Tao

C’è un voyeurismo sfrenato, quasi sadico nel tessuto filmico di quest’opera. Per poco più di un’ora, tramite lo sguardo indiscreto della macchina da presa, entriamo nella vita quotidiana della classe media hongkonghese. Si passa dal blu cristallino del fiume delle Perle fino ai grandi palazzi della Greater Bay, megalopoli grezza dove la natura lascia spazio ai grandi palazzi della Panasonic. È un circolo continuo, vistoso, pregno di essenza. Dagli sguardi “popolari” che scrutano la natura, si passa a un ballo impetuoso dei loro occhi negli schermi telefonici a sottolineare come l’impatto tecnologico devii le nostre esistenze.
La bellezza visiva, promulgata dall’occhio attento di Zhou Tao, si scontra contro una lunghezza smodata. Questa rende l’opera troppo corpulenta per il tipo di visione e attenzione proposta allo spettatore. Il problema alla base del film è la sua dilatazione temporale che sicuramente vuole catturare attimi di vita, scorci pregni di esistenza della popolazione, ma che rischia per le lunghe di diventare un mero esercizio stilistico. Nonostante questo, l’opera risulta una buona riflessione sulla potenza del mezzo cinematografico che dalle vedute dei Lumiere ad oggi ha cambiato il nostro modo di vedere il mondo che ci circonda. (di Francesco Rosati)
A cura di Lorenzo Chiani e Francesco Rosati.

