#RendezVous2026: Partir un jour, la recensione del film di Amélie Bonnin

Partir un jour di Amélie Bonnin

Basato sull’omonimo cortometraggio del 2021 vincitore del premio Cesar, Partir un jour (trailer) di Amélie Bonnin, è il film che ha aperto Cannes nel 2025. Dopo il grande successo del corto alla regista viene chiesto dai produttori di farne un lungometraggio, il primo film di finzione che realizza dopo due documentari, di cui uno ambientato in un piccolo paese della Loira sullo zio macellaio, La melodie du buocher disponibile online.

Il film inizia con la canzone Alors on danse di Stromae mentre Cécile (Juliette Armanet, cantautrice famosa in Francia) e il compagno Sofiane (Tewfik Jallab) cantano e ballano per eliminare lo stress causato dai preparativi dell’apertura del loro nuovo ristorante di alta cucina a Parigi. Sarà solo la prima delle canzoni interpretate dai personaggi. La musica avrà un ruolo drammatico importante in questo film, ma non da poterlo considerare un musical in senso classico.

Cécile cerca di mascherare la preoccupazione per aver appena scoperto di essere in cinta, inoltre è stata avvisata dalla madre che il padre ha avuto un infarto. Il compagno le consiglia di tornare subito dai genitori che non vede da molto tempo. Quando arriva nel suo paesino d’origine dopo un viaggio in tir, scopriamo che anche loro hanno un ristorante, solo che è una trattoria per camionisti sulla statale dove servono piatti rustici. Il padre di Cécile non vorrebbe chiuderlo nonostante le raccomandazioni dei medici di non lavorare più. La madre Fanfan (Dominique Blanc) cerca di assecondarlo sopportando tutte le difficoltà dello stare insieme dopo quarant’anni. Per questo si è ricavata uno spazio di libertà nel camper della Fiat parcheggiato in giardino, dove può fumare di nascosto e sognare di viaggiare in Italia. Questa passione la sfoga cantando Parole Parole di Mina con l’accento francese.

partir un jour, recensione

Cécile è scappata dalla provincia per seguire le sue ambizioni da ristorante stellato e crearsi una vita altrove. Il padre, che forse non gliel’ha perdonato, negli anni si è appuntato su un quaderno tutte le frasi snob dette da lei sulla cucina durante il programma televisivo Top Chef, cui ha partecipato vincendo. Tuttavia è l’unico a capire che nasconde di essere in cinta. Quando Cécile rincontra il suo amore adolescenziale Raphael (Bastien Bouillon) con cui ancora si piacciono, dopo una notte trascorsa a bere, la confusione la porterà a mettere in crisi il rapporto con il compagno che intanto l’ha raggiunta. La commedia romantica viene solo sfiorata però lasciando che l’amore tra i due resti ideale perché le loro vite ormai sono andate troppo avanti. Il riavvicinamento tra Cécile e i genitori sarà la conseguenza della scoperta di essere più simili di quanto si credeva, grazie anche alla cucina, sorta di terapia di famiglia. Cécile capirà che la passione le è stata trasmessa proprio dal padre e che la creatività in cucina risiede nelle cose semplici.

Il melò, la commedia e il musical convivono in questa opera prima divertente e malinconica allo stesso tempo. Il film pur trattando di argomenti delicati come l’aborto lo fa senza nessun giudizio morale descrivendo le situazioni con l’imprevedibilità che fa parte della vita reale. Le canzoni che la regista sceglie di usare in momenti precisi tra i dialoghi, senza soluzione di continuità, alleggeriscono la narrazione. La naturalezza degli attori è descritta con uno stile documentaristico che riesce a rendere al meglio le emozioni dei personaggi, come nella scena della bevuta durante la rimpatriata del gruppo di amici. Nel personaggio di Cécile, interpretata con grande spontaneità da Juliette Armanet, Amélie Bonnin racchiude tutte le complicazioni di una donna di mezza età come il desiderio di maternità, il rapporto con i genitori che cambia, le ambizioni lavorative, trattando tutto con una sana nostalgia e quel pizzico d’ironia fondamentale per risolversi. Non c’è niente di scontato in questa commedia sincera in cui è facile impersonarsi e sorridere delle proprie crisi esistenziali.

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