
Il primo caffè della giornata borbotta nella moka, i clacson stridono nel traffico caotico della città, i cani abbaiano nei parchi, le casse del supermercato si illuminano ad ogni bip e le chiavi di casa tintinnano tra le dita delle mani che le avvicinano alla toppa della serratura. Una melodia abitudinaria di suoni conosciuti, talvolta noiosa per chi ogni giorno la ascolta, perché ritenuta così prevedibile da rendere improbabile l’arrivo improvviso di altri rumori che potrebbero vivacizzarla, trasformarla per un istante, confonderla con qualcosa che esiste altrove ma mai qui. In poche parole, una canzone nota a tutti che si intitola “quotidianità”, la nostra.
Costruita a tavolino, calcolata con rigore di strofe che si somigliano e di ritornelli che si posizionano sempre nel medesimo punto; eppure non basta, ci vorrebbe un dettaglio stravagante, un breve silenzio, l’effetto di un boato lontano per renderla memorabile. E, infatti, ci vorrebbe un incontro fortuito o magari uno scontro imbarazzato, una conversazione insolita, una casualità che fa sorridere o una circostanza strana per rendere indimenticabile l’ennesima giornata trascorsa tra picchi di insofferenza e occhi alzati al cielo. Impossibile? Può darsi, ma soltanto per i maniaci del controllo, così allenati a spuntare i compiti giornalieri da portare a termine che, tra un clacson e l’altro, non si accorgono di quanti incontri, scontri, casualità si sono verificati nell’arco delle solite ventiquattro ore.
Fino a quando, in un attimo qualunque, un incontro, una conversazione o una circostanza inaspettata li lascia improvvisamente basiti, esterrefatti, meravigliati, sconvolti, piacevolmente sorpresi; rimuginano, analizzano con minuzia quanto accaduto, si pongono domande senza risposte in modo esasperato e, poi, deposti sforzi e tentativi vani di trovare una spiegazione, si abbandonano a frasi tanto ovvie quanto efficaci: «Non ho parole», «Non riesco a trovare le parole», «Non esistono parole».
Vanno in cerca della parola esatta per giorni, settimane, persino mesi, ma nessuna di quelle presenti sul vocabolario pare essere adatta a definire ciò che quell’incontro o quella casualità hanno scaturito. Allora si confidano con un amico, un collega, un conoscente ed ecco che in lui trovano la parola che mancava: uno sguardo compiaciuto, un abbraccio, una carezza sincera, un sorriso beffardo, un pugno sul tavolo. Gesti semplici, riconoscibili, utilizzati con la stessa indifferenza con cui si usano le tante parole che intercorrono tra il buongiorno e la buonanotte e che, proprio per l’immediatezza con cui si esprimono, riescono a dire ciò che un dizionario intero non riuscirebbe mai. Ci sono addirittura casi in cui celano indizi di complicità così autentici da far nascere amicizie, amori, rapporti di fiducia che si riassumono con un banale e profondissimo «Ci capiamo senza dire una parola». E fin qui è soltanto un modo di dire.

Perché ci sono situazioni in cui questa frase assume completamente il senso letterale che esprime e in cui le mani, la postura del corpo e le movenze del volto sono le parole di una lingua che non riconosce tintinnii, rombi di auto o note di violino, ma che sa perfettamente cosa si nasconde dietro due labbra serrate o due zigomi arrosati. Una lingua a cui, nel mondo, ricorrono oltre settanta milioni di persone e che, in Italia, rappresenta la comunicazione primaria e prevalente di migliaia di famiglie composte da udenti e non udenti.
E se può sembrare inconcepibile immaginare una cucina in cui la moka di cui sopra non borbotta, l’indigestione non è così sgradevole e una posata si schianta a terra con la stessa delicatezza di una foglia di insalata, Luca Ribuoli vieni in soccorso e architetta una cucina, quella dei Musso, in cui convivono perfettamente fragori insopportabili e silenzi paradisiaci.
Questi ultimi vengono percepiti soltanto da Caterina (Carola Insolera), Alessandro (Emilio Insolera) e Francesco (Antonio Iorillo), rispettivamente madre, padre e fratello – tutti e tre sordi – di Eletta (Sarah Toscano), una sedicenne che ha nel nome una benedizione e una congiura: è, infatti, sì l’unica udente ma, proprio per questo, l’unica che può realmente gestire gli impegni familiari dei genitori, tra visite mediche, obblighi lavorativi e idee strampalate. Insomma, sedici anni di responsabilità non richieste a cui sembra non esserci rimedio; per fortuna, però, esistono le amiche, i primi baci e i talenti nascosti che alleggeriscono le spalle e tracciano i contorni di un destino dove niente è già scritto e tutto è da inventare, o meglio, da cantare.
L’innata dote per il canto che Eletta – di nuovo, omen nomen – scopre di avere è, per lei, l’occasione di riscatto da una vita di cui non può essere la protagonista, ma soltanto la spettatrice di uno spettacolo per cui non ha pagato il biglietto e che, comunque, la minaccia di non abbandonare la poltrona. Immobilizzata di fronte al bivio del dovere e di un piacere che, in realtà, è un sogno, l’adolescente corre il rischio di sentire dove batte davvero il proprio cuore e di ascoltare le parole di una maestra (Serena Rossi) rigida come la disciplina che insegna e dolce come la melodia di una canzone veramente memorabile, e comprensibile anche a chi le canzoni non può ascoltarle ma, in compenso, può vederle.

Come un’orchestra infallibile, di quelle che creano armonie contrastanti ed equilibrate e che catturano l’orecchio di adulti e bambini lasciando ciascuno letteralmente senza parole, Luca Ribuoli dirige un film che con naturalezza tocca le corde intime di grandi e piccini e che, già a partire da questo, definire inclusivo è riduttivo. Il lungometraggio del pluripremiato regista, targato Netflix e liberamente ispirato al francese La famiglia Bélier (Éric Lartigau, 2014) è, infatti, inclusivo per vari aspetti. In primo luogo, perché con estrema cura e coscienza di cosa voglia dire essere inclusivi al giorno d’oggi, ritrae una condizione che per retaggio culturale è spesso sinonimo di esclusione; in secondo luogo, perché inscenando quella condizione fornisce, a chi ne è estraneo, l’opportunità di assistere – seppur per brevi frammenti – ad un’opera audiovisiva in cui la voce è muta e i discorsi sono scritti; in terzo luogo, perché racchiude registri e generi diversi, dal drammatico alla commedia fino al – paradossale – musicale, aggiungendo pure qualche smielatura da serie televisiva adolescenziale.
Ed infine, senza sfogliare nessun vocabolario o affannarsi alla ricerca ostinata delle parole giuste, offre la definizione esatta di ciò che l’inclusività è realmente: empatia, la capacità sottile di ascoltare il silenzio dell’altro e il calore gentile che custodiamo con premura quando, per spiegarci, Non abbiam bisogno di parole (trailer).

