Nobody knows, la recensione: la brutalità dell’indifferenza

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In un angusto monolocale a Tokyo, una madre e suo figlio di 12 anni aprono le valigie. Girando la cerniera, ad affiorare non sono però degli abiti, bensì, come in uno strano nascondino, le sorelline e il fratello del primogenito Akira. La loro non è infatti una famiglia comune. Nessuno dei bambini è mai andato a scuola e la loro infanzia si consuma tra le strette mura dell’appartamento e un piccolo balcone, da cui non possono affacciarsi per non essere scoperti. L’innocenza che sembrano riuscire incredibilmente a preservare si incrina però quando la loro madre parte per l’ennesimo misterioso viaggio, questa volta senza fare più ritorno.

Il regista giapponese Hirokazu Kore-eda ha dimostrato negli anni di aver reso il suo cinema una lente d’ingrandimento sul mondo con cui mette in luce gli ultimi, gli esclusi, chi passa inosservato allo sguardo superficiale tanto diffuso. Lo fa con una delicatezza straordinaria, scavando nelle realtà più buie e raccogliendo i racconti al loro interno con un’ottica mai paternalista. Offre uno sguardo realistico e d’impatto sui piccoli contesti che sceglie di analizzare, facendo però sempre riaffiorare in loro un’innata poesia. Questa è forse data naturalmente dalla visione dei protagonisti scelti, bambini che si affacciano ai primi anni della loro adolescenza. Dalla queerness raccontata in Monster, fino a un nuovo concetto di famiglia mostrato in Shoplifters, Kore-eda lascia spazio alle voci di chi vive un’età da molti considerata confusa, ma che sa fornire invece una chiarezza cristallina su ciò che realmente conta.

In Nobody Knows (trailer) mostra infatti con estrema trasparenza la purezza con cui i bambini protagonisti cercano di mantenere uno stile di vita dignitoso in mezzo a un microcosmo così degradato. Anche mentre Akira, diventato ormai il fulcro della famiglia, combatte per fornire ai fratellini quel minimo che basti per la sopravvivenza, ha l’energia per regalare ad ognuno di essi i pochi soldi raccolti, e di fornirglieli facendoli passare per regali della madre assente. Akira tenta di farsi carico di questa figura materna assente per regalare agli altri bambini un’infanzia comune, cercando di mantenere le loro menti sgombre dalle preoccupazioni che lentamente stanno diventando sua responsabilità. Nulla ha più importanza dell’esaudire i sogni e le promesse che si sono fatti a vicenda. Akira, caricato così presto di un peso che non dovrebbe essere il suo, sa che ormai non può cedere. A metà tra un bambino e una figura genitoriale, è schiacciato in un’infanzia bloccata, che non può mai realmente permettersi di sbocciare. Sa che la vita deve continuare nonostante tutto, per garantire ai fratellini di preservare la gioia del gioco e della spensieratezza. È straordinaria l’interpretazione di Yuya Nagira, che per questo ruolo ha anche vinto il premio per miglior interpretazione maschile al Festival Di Cannes, diventando così il primo attore giapponese e il più giovane a vincere in questa categoria.

Lo sguardo di Kore-eda si riflette in una regia basata per lo più su quadri fissi, in una tradizione legata al maestro Yasujiro Ozu, valorizzando però anche il potere della macchina a mano, utilizzata in occasionali movimenti. Tra questi, particolarmente interessanti sono i carrelli in avanti, come quello che segue Akira nella sua corsa estenuante verso casa. Corsa che è anche ricerca di libertà, di evasione, come accadeva anche nell’ultimo atto di Monster. Viene riservata particolare attenzione ai primi piani, in una stabile osservazione dei cambiamenti nella vita dei piccoli protagonisti. Il calore appiccicoso dell’appartamento si attacca così alla pelle dello spettatore, in un’atmosfera che spinge sempre più alla ricerca di un grido di liberazione. Il grido di Akira è però silenzioso, non vuole far rumore, perché nulla conta di più del restare uniti come famiglia, e sa che i servizi sociali sarebbero una minaccia per il loro legame.

Come in una finestra sul cortile, i bambini osservano il mondo da un riquadro troppo stretto e soffocante per permettergli di crescere. Ispirato ad una storia vera, nota come “Il caso dell’abbandono dei bambini di Sugamo”, la storia di Nobody knows mostra quanto è semplice in società come quella giapponese scomparire, vivere come piccoli spettri nell’indifferenza generale. Senza che nessuno intervenga. Nel lanciare un messaggio così potente però, Kore-eda non cade mai nel comune rischio di una spettacolarizzazione del dolore provato dai protagonisti. Nel degrado più profondo, i bambini sanno trovare naturalmente la via della tenerezza, della leggerezza nonostante tutto il buio accumulato. L’onirismo presente in molti finali del regista giapponese, come nello splendido ultimo atto di Monster, qui è volutamente mancante. Kore-eda mostra con estremo realismo nei minuti finali il ritorno a casa del gruppo di bambini, emersi dunque alla luce e allo sguardo di tutti, ma che nonostante ciò continuano a non essere visti, a non essere riconosciuti, in un’indifferenza che ferisce tanto quanto una consapevole crudeltà.

In sala.

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