
I blue jeans occupano l’armadio di milioni di italiani, i cinema sono tappezzati dall’icona locandina di Eccezzziunale… veramente e gli anni sono quelli di quel motorino sempre in due. Al rombo dei motori si affiancano anche il fruscio delle onde del mare, il clac metallico dei biliardini e gli echi di quella musica dance frenetica, sinonimi di un divertimento che, in Italia, ha un solo nome: Jesolo. Ma il divertimento, ahinoi, è appannaggio di pochi e accade talvolta di non conoscerlo neppure se ci sei nato, in quel divertimento. E accade che un bambino dagli occhi dolci e tristi lo ricerchi per tutta la vita – quel divertimento mai vissuto e sempre agognato – e dimenandosi nel buio agghiacciante della solitudine, lo trovi inciampando sotto la luce calda dei riflettori e negli applausi di chi lo ha innalzato sulla cima più alta di un divertimento che, ora, fa rima con successo. Sulla vetta più alta, rimbombano le risate di chi il divertimento lo ha riconosciuto proprio in quel bambino che, a Roma, si è fatto uomo: Gianni Riccio (Massimo Ghini), conduttore di punta della televisione popolare italiana, ambìto dalle maggiori reti nazionali e osannato da spettatori, colleghi e collaboratori, destinato finalmente a quel divertimento che pareva impossibile incontrare. Come spesso accade, però, al raggiungimento di un certo apice, il divertimento e il successo possono trasformarsi in un lusso flebile, labile, cedevole, assumere i tratti di chi lo incarna ma non lo abita veramente – quel lusso – e così, senza alcun preavviso, precipitare nell’oblio da cui erano giunti, in quell’abisso impenetrabile dell’incomprensione, della miseria e della vergogna.
Seduto nel salotto bianco e blu di Bruno Vespa – che veste i panni di sé stesso – comodo davanti alle telecamere amiche, Gianni Riccio afferma con spavalderia di essere un inguaribile ambizioso, costantemente alla ricerca di spazi e contesti nuovi con cui potersi misurare e qualcuno sembra ascoltare questo desiderio, sembra volerlo accontentare e, invece, bleffa. Una squadra di finanzieri irrompe nello studio televisivo e ordina lo stato di fermo per frode e riciclaggio, costringendo, di fatto, il celebre ospite ad un’esperienza ancora sconosciuta: il carcere. Di fronte ad una schiera di fotografi e giornalisti bramosi di cogliere, in un flash, lo scandalo – in un’immagine già viva nel nostro passato collettivo e in un’inquadratura cinematografica già parte del nostro immaginario filmico – Riccio fa il suo ingresso in un flusso immobile di ore che non distinguono la notte dal giorno ma che, quasi involontariamente, mescolano la durezza del presente alla tenerezza di un passato dimenticato. La freddezza e il grigiore di quelle settimane trascorse a Rebibbia vengono, infatti, smorzati dall’arrivo di una lettera inaspettata, spedita da un mittente altrettanto inaspettato che, attraverso parole sincere e romantiche, funge da medicina per l’anima.

La cella non ha più i muri spessi che non lasciano filtrare l’aria, ma si spande e si dissolve in una balera soleggiata a strapiombo sugli scogli, dove due ventenni si guardano e, sospesi Nel tepore del ballo (trailer) più intimo che ci sia, stringendosi piano sulle note di Only You, si innamorano. Aggrapparsi alla malinconia – del primo amore, della popolarità, della voce della mamma – è l’unica ricchezza che Pupi Avati – regista di questa sceneggiatura scritta insieme a Tommaso Avati – concede ormai al conduttore ed è anche l’unica che quest’ultimo accetta, mentre i suoi occhi tornano lentamente ad intristirsi come quando era bambino, in una Jesolo che di divertente ha ormai soltanto il ricordo. Affianco alla disperazione di Gianni Riccio, scarico delle innumerevoli sovrastrutture che si è costruito, rimane e ritorna per rimanere soltanto chi gli ha voluto realmente bene: zia Nunzia (interpretata da una materna Lina Sastri), l’amico e collaboratore fidato Morè (a cui offre corpo e voce un generoso Sebastiano Somma) e Clara, la prima donna amata e abbandonata (impersonata da una fragilissima Isabella Ferrari) che fornisce al presentatore l’occasione per tornare a sé stesso e dare un finale nuovo ad un racconto letteralmente costruito a tavolino – quello di una conduttrice cinica ed eccessiva come i panni che indossa (e che Giuliana De Sio si cuce fedelmente e spettacolarmente addosso) – e che, forse, noi tutti crediamo di conoscere già.
Il finale che Pupi Avati e, con lui, Antonio Avati e Marco Molendini vogliono per il loro protagonista si inscrive, invece, nella potenza di un dolore così amaro che può essere sublimato: Clara – il nome, probabilmente, non è un caso – rischiara la purezza di certi sentimenti schiacciati dall’egoismo della gioventù e mediante il rinnamoramento, Gianni ritrova l’essenziale da cui era partito e un ulteriore spazio nuovo con cui potersi misurare, lontano da ogni vanità e vicino ad una rinascita che, ora, fa rima con autenticità.
Autenticità e rinnamoramento – due temi cari al Pupi Avati degli ultimi anni, il quale lo scorso ottobre ha pubblicato il libro Rinnamorarsi. Cronaca di sentimenti veri e immaginari – guidano l’ispirazione che si compie nel film prossimo alle sale e l’aspirazione ad una «identità straordinaria, libera e non omologata», proprio come la sua e proprio come quelle che sceglie per comporre il suo cast. Attrici e attori di prim’ordine – oltre i sopracitati, anche Pino Quartullo e Morena Gentile – che, nel pallore della fotografia di Cesare Bastelli, spiccano per doti tecniche ma, soprattutto, per doti umane e personali, incredibilmente fuori dall’ordinario a cui siamo, purtroppo, ormai abituati.
E allora non resta che ringraziare Avati e il suo cinema di qualità per questi novantadue minuti di poesia che scuote come il tormento di una scelta sbagliata e che culla come il tepore di un ballo eterno.
Dal 30 aprile in sala.

