
Moulin Rouge! (trailer) di Baz Luhrmann (2001) costringe la teoria cinematografica a ridefinire le sue categorie. Non è soltanto un musical, certamente, né un melodramma romantico travestito da videoclip, ma un dispositivo di totale contaminazione in cui il musical hollywoodiano, l’opera, il cabaret, il backstage film e la cultura pop collidono fino a produrre una forma tanto instabile quanto sorprendentemente coerente. Il film riflette infatti sullo spettacolo nell’atto stesso della sua messa in scena esasperata, moltiplicata e insieme esposta come dispositivo.
Osserva Van der Merwe che Moulin Rouge! si colloca nel solco del postmodern Hollywood musical: la struttura del musical classico viene attraversata con anacronismi, frammentazione e, per usare la definizione di Marsha Kinder, celebratory pastiche, tensione tonale in cui convivono sentimentalismo melodrammatico e ironia metateatrale. Ne deriva un cinema dell’eccesso: montaggio frenetico, movimenti convulsi di macchina, saturazione cromatica e scenografie iperboliche costruiscono un universo che rifiuta deliberatamente il naturalismo. Non si tratta però di puro virtuosismo visivo. Come nota Kinder, la musica e il suono governano la struttura del film, orientano il ritmo, determinano il montaggio e unificano un tessuto visivo altrimenti centrifugo.
Questo eccesso inscrive il film nel registro del camp, inteso come consapevolezza dell’artificio elevata a principio estetico. Luhrmann non nasconde la costruzione dello spettacolo: sipari, direttori d’orchestra, numeri nello spettacolo e spettacolo nel racconto rendono il film, secondo la formula di Van der Merwe, simultaneamente playful e powerful, ridicolo e sinceramente commovente.
La postmodernità dell’opera emerge soprattutto nell’uso della musica pop preesistente. Le canzoni non funzionano come semplice citazione ironica, ma ciascun brano porta con sé una memoria culturale riattivata e rifunzionalizzata nella narrazione. Il film diventa così un vero “maze of quotations”, un labirinto di rimandi in cui la cultura pop torna per un istante parte di un tessuto narrativo. Come nota Kinder, la tecnica dei poached lyrics si lega a tradizioni più antiche, dalla ballad opera fino alle sperimentazioni di autori moderni, ma qui assume una funzione melodrammatica più innocente: i testi sono riconosciuti e simultaneamente trasformati.

La celebre sequenza inaugurale di Satine (Nicole Kidman) che canta Diamonds Are a Girl’s Best Friend condensa queste dinamiche. Come una vera ouverture anticipa la vicenda, introduce la figura della diva e stabilisce l’universo sensoriale del Moulin Rouge. Attorno a Satine si dispiega una pluralità di corpi ed eccentricità, mentre la platea borghese maschile appare sorprendentemente uniforme. Il contrasto suggerisce che il desiderio borghese necessita di un apparato spettacolare iper-differenziato per essere mobilitato. Ecco il Moulin Rouge diventare una macchina di socializzazione del desiderio maschile, di cui Satine è al tempo stesso oggetto erotico, diva e centro rituale della visione.
Mina Yang mostra come il film rielabori apertamente l’orizzonte operistico. La figura della cortigiana malata richiama direttamente La traviata: Satine appartiene alla genealogia della diva sacrificata, ma attraverso la performance tenta anche di sottrarsi alla pura consumabilità. Il film la colloca così tra i due regimi simbolici della merce e dell’arte, corpo vendibile e soggettività artistica.
In questa tensione emerge il paradosso centrale del film. Da un lato il backstage musical produce ironia e spettacolarità; dall’altro la trama scivola verso la tragedia della grand opera. Lo spettacolo tende verso l’happy ending del musical, ma la storia d’amore culmina nella morte della diva. L’opera verdiana viene rifatta e disfatta all’interno del musical pop.
Moulin Rouge! diventa dunque, simultaneamente, un musical postmoderno, un melodramma riflessivo, un a decostruzione dell’opera e una macchina camp dell’eccesso. In Luhrmann il troppo non è un difetto stilistico ma un metodo conoscitivo. Nella «società dello spettacolo», suggerisce il film, l’emozione più autentica non si trova al di là dell’artificio, ma nel suo cuore stesso: «amare e lasciarsi amare».
Torna in sala dal 9 marzo
BIBLIOGRAFIA
Ann van der Merwe, the Musical, and Postmodernism in Baz Luhrmann’s Moulin Rouge
Grace Kehler, Still for Sale: Love Songs and Prostitutes from “La Traviata” to “Moulin Rouge”
Mina Young, Moulin Rouge! and the Undoing of Opera

