
Non ci sono parole a Motor City. Solo qualche verso o mugolio, qualche termine basilare o, al massimo, brevi frasi istigate da una forte emozione («ti amo, la amavo»). Nessuno parla mai a Motor City. La gente gesticola e annuisce, accompagnata dalle continue hit musicali che assecondano emozioni o sensazioni, musica sempre diversa che crea dinamiche giocose nel suo mutare da diegetica a extradiegetica, legando tempi, luoghi e azioni. C’è un assordante silenzio a Motor City, un silenzio che fa uscire allucinati e barcollanti dalla sala per quanto è chiassoso. Ci sono personaggi-macchietta a Motor City, che si riconnettono ai più ingenui e talvolta noiosi archetipi stereotipati del genere da cui provengono: l’action e il gangster movie. Ci sono tanti scontri violenti e appassionanti (qualche volta) a Motor City, scontri con fucili e pistole, ogni tanto con bottiglie di vetro rotte o coltelli (meravigliosa la sequenza in ascensore). Non si vedono motori a Motor City, non ci sono motociclette né molte macchine, solo qualche breve e caotica corsa automobilistica sul finale, lungo una metropoli illuminata dai neon.
È tutto una danza a Motor City, un perpetuo movimento iper-dinamico, una sciocca ballata diversa di facciata, ma così simile a tutto il resto. Un lungo videoclip di dure ore che si rifà ai linguaggi sovrastimolatori del nostro presente, dialogando con atmosfere e una storia anni ’70, in cui due uomini, innamorati della stessa donna, si odiano profondamente, litigando senza interruzioni e cercandosi per tutta la vita. Miller, l’(anti)eroe, vuole sposare la ragazza. Il crudele gangster era fidanzato con la ragazza. La ragazza ama l’(anti)eroe. Poi ama il cattivo gangster, di nuovo, forse, perché si è sentita tradita. Poi ama l’(anti)eroe, ancora. Poi c’è un cattivissimo poliziotto corrotto (?).
Nella sua piattezza e banalità, la storia custodisce però un piccolo bagliore, una sequenza in cui si condensa l’intera vita di Motor City. L’(anti)eroe, incastrato dal gangster con l’aiuto della polizia corrotta, è ora ammanettato nella stanza grigia per gli interrogatori. Entra il gangster indossando i suoi soliti occhiali arancioni e i suoi abiti pacchiani, muovendosi calmo verso Miller. Immediatamente, spegne il registratore poggiato sul tavolo. I due si guardano intensamente; nessuno parla, di nuovo. Nessuno dice niente. Qualche muscolo del volto suggerisce disgusto reciproco. Perché spegnere il registratore se nessuno ha niente da dire? Cosa c’era da registrare se nessuno può (o vuole) parlare a Motor City?
Qui, Potsy Ponciroli si allontana dall’intimismo (sempre violento) del suo piccolo western Old Henry, affrontando un nuovo genere, giocando ancora con le immagini e i generi prodotti dal classicismo hollywoodiano, stavolta rigurgitandolo in un musicale slapstick caotico. Forse non c’è bisogno di parole quando c’è odio, potrebbe suggerirci quel registratore inutilmente spento. Ma se tutti questi manichini stereotipati avessero parlato, invece di starsene zitti, ci sarebbero meno problemi a Motor City.

