Mission: Impossible. Tom Cruise e la dignità del cinema d’azione

Mission: Impossible, l'approfondimento a cura di DassCinemag

C’è un momento nel primo Mission: Impossible che racchiude tutto ciò che il cinema d’azione può essere nella sua forma più distillata. Ethan Hunt sospeso nel vuoto, a centimetri dal pavimento, in un silenzio quasi sacrale, mentre il sudore che scivola dal suo volto diventa l’unico orologio della tensione. Non esplode nulla. Non si spara. Eppure il pubblico trattiene il respiro come davanti a una caduta libera. Brian De Palma firma uno dei momenti più iconici del blockbuster moderno e lo fa con eleganza.

Il film nasce come operazione ad alto rischio: Tom Cruise (qui nella sua ultima, forse, apparizione come Hunt) da grande fan della serie televisiva originale di Bruce Geller, convince la Paramount a investire ottanta milioni di dollari e ne diventa produttore insieme a Paula Wagner. Ma il progetto ha bisogno di una regia che gli conferisca dignità cinematografica, non solo spettacolo. La sensazione è che Mission: Impossible abbia avuto bisogno del talento e della credibilità di un autore come De Palma per non passare per la costosa voglia di un attore di giocare a fare il James Bond.

Per costruire Ethan Hunt come protagonista assoluto, la narrativa ha bisogno di un oggetto del desiderio sufficientemente potente da giustificare ogni rischio. De Palma attinge direttamente al vocabolario hitchcockiano: una lista di agenti sotto copertura che non deve finire nelle mani sbagliate. Ma prima ancora che il MacGuffin entri in scena, il film omaggia il rituale della serie originale: il nastro che si autodistrugge dopo aver consegnato la missione, countdown incluso. È un gesto di continuità e di rottura insieme, si rispetta la liturgia, ma la si porta al cinema. È un innesco classico, ma funziona perché non ha bisogno di essere spiegato. Si sente.

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Il tema del doppio

Fin dall’inizio la narrazione costruisce un ambiente in cui ogni informazione è potenzialmente manipolata e ogni alleanza può rivelarsi una maschera: l’IMF non è semplicemente un’agenzia segreta, ma un organismo che vive di simulazioni, doppi livelli e identità intercambiabili. Attorno a quell’oggetto irraggiungibile ruotano tradimenti e identità che si dissolvono, lasciando Hunt solo contro tutto, nella posizione che gli appartiene per natura.

Il tema del doppio è centrale nell’intera filmografia di De Palma fin da Body Double (1984), ed è proprio questa ossessione a tenere banco nel suo cinema più maturo. In Mission: Impossible il doppio non è un ornamento stilistico: è la struttura profonda del film. L’identità non è mai fissa, è una maschera di silicone che si applica.

Cruise attraversa il film moltiplicandosi in figure diverse, e i punti di vista si sovrappongono attraverso occhiali spia e microcamere che rendono ogni immagine potenzialmente falsa. Il tema della simulazione attraversa l’intera opera: la lista falsa, il piano per attirare il traditore, le identità doppie costruiscono una struttura in cui ogni livello di verità è sempre potenzialmente un inganno. Il film suggerisce che lo spionaggio moderno non è più una questione di accesso alle informazioni, ma di gestione delle narrazioni concorrenti. Il doppio si infiltra persino nella risoluzione narrativa: la libertà di Ethan alla fine del film è solo la possibilità di scegliere il prossimo livello di finzione.

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De Palma e la regia d’autore nel cinema commerciale

Ciò che rende Mission: Impossible un caso raro nella storia del blockbuster è la totale assenza di resa stilistica da parte del suo regista. Il cinema di De Palma si basa su alcune coordinate fondamentali: l’utilizzo del piano-sequenza, le soggettive che amplificano la profondità di campo, il voyeurismo che produce “nuove realtà”. Debitore della lezione di Alfred Hitchcock, De Palma attinge a una libertà formale che richiama lo sperimentalismo di Godard, sia per il lavoro compiuto sull’immagine sia per quello sul linguaggio. Tutto questo non viene abbandonato davanti a un budget da ottanta milioni: viene applicato con ancora maggiore precisione.

L’omaggio reso a Hitchcock è evidente e impreziosisce il film, alimentandone la natura peculiarmente noir. Il richiamo più esplicito è a La signora scompare (1938), dal quale vengono ripresi i continui scambi di identità e di lealtà che sostanzialmente definiscono l’opera. De Palma porta nel film la stessa tensione psicosessuale e gli stessi Dutch angles che rendono così riconoscibili Blow Out, Carrie e Body Double, tanto in analisi della regia si usa proprio Mission: Impossible per spiegare l’uso degli angoli olandesi.

Tom Cruise e la fisicità come poetica

Tom Cruise non è solo il protagonista di questo film: ne è anche il motore produttivo e ideologico. La sua convinzione che il cinema debba essere esperienza autentica, che lo spettatore percepisca la differenza tra il vero e il simulato, comincia a prendere forma concreta proprio qui. Più che l’immaginario di James Bond, la saga aggiorna le spy-stories hitchcockiane alla società della sorveglianza e delle identità fittizie, e Ethan Hunt non eredita un’identità ma la costruisce attraverso il sospetto. Cruise porta nel personaggio una fisicità che trascende la recitazione convenzionale: ogni muscolo in tensione, ogni sguardo che calcola, ogni movimento nello spazio racconta qualcosa che la sceneggiatura non dice. La fuga sul treno nel finale, con l’elicottero che sfonda il tunnel, è il sigillo di questa poetica: caos controllato con la precisione di un orologiaio svizzero.

Mission: Impossible non invecchia perché non insegue la moda, insegue qualcosa di più antico e più duraturo: la meraviglia pura davanti a un cinema che pensa mentre agisce. È il manifesto di una poetica condivisa tra un regista ossessionato dal vedere e un attore ossessionato dall’essere visto mentre fa l’impossibile.


BIBLIOGRAFIA

Treccani, voce enciclopedica su Brian De Palma

Ondacinema, monografia su Brian De Palma

Film Obsessive, The Pillaging of Brian De Palma’s Original Mission: Impossible

Movie ‘Ndie News, excursus sulla saga cinematografica

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