Michael, la recensione: genesi del Re del Pop

Jaafar Jackson in Michael

Micheal Jackson arriva al cinema, ma prima della fama e delle corone: è solo Michael (per ora).

Partiamo dal principio sembra dire il nuovo biopic sull’artista cardine della cultura musicale degli ultimi decenni, dipinto come si farebbe con un supereroe tra origini, traumi e successi. Eppure il film si scorda che i supereroi piacciono soprattutto quando ne scorgiamo i difetti dietro la corazza impenetrabile.

Dai produttori di Bohemian Rhapsody e sotto la regia di Antoine Fuqua, Michael (trailer) già prima di arrivare nelle sale ha fatto parlare di sé, distaccandosi dal sentiero sicuro tracciato dai precedenti biopic di simile argomento su cui il cinema sta giocando tutte le sue cartucce. Come con A complete Unkown su Bob Dylan o Springsteen – Liberami dal nulla, Hollywood racconta la storia di una personalità dal mondo della musica, attratto dalle potenzialità dell’effetto nostalgia e il voler andare sul sicuro assicurandosi il pubblico di una fan-base già costituita.  

Ma da una parte Michael è stato lodato per aver scelto di far interpretare il Re del Pop al nipote Jaafar Jackson, figlio del fratello Jermaine. Dall’altro, le polemiche hanno riguardato le tematiche affrontate, dato che nella sceneggiatura si accennava alle accuse di molestie sessuali che hanno coinvolto Jackson negli ultimi anni della sua vita, ma nel montaggio finale queste parti sono state rimosse. Ed infatti il film racconta solo un pezzo della vita e si interrompe all’apice del suo successo promettendo, forse, un sequel in cui però quelle accuse così pesanti e così necessarie per la storia mediatica del personaggio vanno sicuramente messe in primo piano, rimandando di fatto il problema.

In ogni caso, Michael arriva al cinema e racconta la sua storia sin dall’infanzia, concentrandosi sul rapporto col padre abusivo, determinato a far della band sua e dei suoi fratelli un successo economico prima che un orgoglio personale. Michael, il più giovane dei Jackson 5, già dalla tenera età è costretto a esibirsi fino a tarda notte e ad accantonare scuola e amici per cantare. Ma più cresce più sente il bisogno di trovare la sua voce e scoprire chi è davvero senza i suoi fratelli e l’oppressione del padre, anche a costo di ripararsi in un’eterna infanzia nella speranza di ritrovare qualcosa che ha dovuto abbandonare troppo presto.

Il film segue principalmente questo processo di emancipazione dell’artista attraverso i Jackson 5 fino al suo primo periodo da solista. L’elemento della musica, scontato dato che si sta parlando della vita di un musicista le cui canzoni sono diventate dei classici senza tempo, è però funzionale alla crescita di Jackson e per quanto centrale rimane comunque sempre poco raccontata. Si sceglie invece uno stile del racconto più basato sulla sua sfera privata, tirando in causa le canzoni quel che basta per spiegare il suo processo artistico e far ballare gli spettatori.

I Jackson 5 nel film Michael

In generale, Michael sembra cadere nel solito sgambetto che i biopic sono molto bravi a farsi da soli: avere la pretesa di poter raccontare la storia nella sua totalità di un personaggio così importante senza scegliere un punto di entrata e un lasso di tempo specifico. L’ambizione di questi film di trattare una vita di un artista dall’inizio alla fine porta, per forza di cose, ad appiattire completamente l’indagine della loro interiorità. Se la voglia è quella di far comprendere la persona dietro il personaggio, tipo nella (giusta) investigazione del rapporto col padre, Michael appare un’occasione sprecata. Affannandosi nella ricostruzione realistica di tutto ciò che lo riguarda, alla fine quel che appare meno reale è proprio Michael Jackson stesso, in una visione edulcorata al limite della santificazione.

Con la messa in scena, invece, il film risulta vincente nella ricostruzione fedele dei celebri concerti e delle performance, soprattutto quella finale nel 1988 a Londra. Così come è brillante la recitazione di Jaafar Jackson, qua al suo esordio attoriale, in una strategia che abbandona la retorica della somiglianza fisica maniacale per abbracciare una più ricercata devozione alla performance nella sua essenza più vera. In altre parole, non serve che somigli a Michael Jackson, serve che rappresenti Michael Jackson. E ci è riuscito, complici le sue abilità canore e di ballo nonchè una dedizione sfrenata (e forse affettiva). Anche Colman Domingo nella sua interpretazione del padre Joseph Jackson appare completamente a suo agio, permettendo ai due di ottenere il meglio dall’altro in una sinergia costante che ricalca tutta la complessità del rapporto padre-figlio.

Michael sembra quasi parlarci di più attraverso i suoi aspetti metacinematografici e produttivi che nel film stesso. Forse ogni biopic ha questa caratteristica, figlio dell’epoca in cui viene scritto, o forse stimola una domanda più precisa e provocatoria: cosa sarebbe successo se ci si fosse meno smaniati in una ripulita totale della sua immagine, e si fosse cercato di farlo parlare attraverso le zone di ombra più che le zone di luce?

Ci sono infiniti modi di raccontare una storia e forse il modo più onesto era permetterle di dialogare col pubblico, interrogandolo senza farlo sentire solo coccolato dalle canzoni. Micheal Jackson, come ogni personalità così rilevante culturalmente, è stata una figura controversa e sfaccettata. Restituire questa immagine richiede coraggio, un coraggio che a lui, tra l’altro, non è mai mancato. Forse con la promessa di un seguito non mancherà nemmeno al film.

In sala.

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