#StopEMotionDays: Maya, donne-moi un titre, la recensione

Maya, donne-moi un titre

Maya, donne-moi un titre (trailer), presentato agli Stop e-Motion Days di Venezia, rappresenta un vero gioiello all’interno del programma del Festival. L’opera riflette sul potere dell’immaginazione infantile, oltre che sul cinema d’animazione in quanto strumento di crescita e di libertà creativa. Michel Gondry dirige un tenero dialogo tra lui e sua figlia Maya attraverso il linguaggio dell’animazione stop-motion. Quest’ultima è una tecnica cinematografica basata sull’illusione del movimento, dove l’artista sposta leggermente i disegni tra uno scatto e l’altro. Nel caso del prodotto preso in analisi, il regista decide di seguire il ritmo di 12 frame al secondo.

Michel è molto distante dalla figlia e per questo, decide di utilizzare l’immaginazione per conservare un legame con lei. Le coinvolgenti animazioni del padre, portano la piccola Maya a vivere un vero e proprio viaggio fanciullesco, immergendosi in tanti mondi diversi. Fin da subito, il pubblico osserva l’artista intento a fotografare le sue brillanti e colorate creazioni. I personaggi prendono vita mediante un costante e cauto movimento, seguendo il principio base della tecnica precedentemente analizzata.

Maya inventa i titoli delle storie e il papà procede con il realizzarle, introducendo l’importanza dell’interattività, elemento fondamentale per permettere alla bambina di partecipare attivamente al percorso artistico. Tra i principali racconti, la bimba suggerisce una storia incentrata sul fenomeno naturale del terremoto. Nel corso di un pomeriggio, Maya guarda la tv con la mamma e all’improvviso, la quiete viene bruscamente interrotta da un violento terremoto. Il movimento donato ai personaggi è estremamente rapido, dinamico, capace di generare un caos visivo che incorniciato dai suoni realistici, si rivela in grado di immergere emotivamente sia i piccoli che i grandi nella visione della storia. Il personaggio di Maya vive un profondo processo di osservazione verso il terribile evento. La piccola, infatti, prende la sua macchina fotografica e inizia a raccogliere ricordi tra il disordine della città e i treni pieni di persone spaventate.

L’immaginazione interviene come strumento di rielaborazione e di risoluzione dell’accaduto: Maya finisce in ambienti magici e fantasiosi, tra fiumi e spazi nascosti. Nel corso del viaggio, la bambina scopre un’importante verità: è stato proprio il suo papà, suonando la batteria in un luogo sotterraneo, a provocare il terremoto. Il regista tende ad unire toni drammatici con registri comici e surreali, proprio come nel finale della storia. Il papà di Maya rimette in ordine l’intera città attraverso il suo strumento. Un gesto che possiede il grande potere di trasformare l’evento traumatico in una situazione tragicomica.

Le immagini in stop-motion si alternano con la dolce bambina che continua a suggerire nuovi titoli e nuove direzioni creative. La genialità narrativa continua a stupire: in un racconto basato sugli uccelli, Maya ha la brillante idea di costruire un aereo. La piccola decide di realizzare la struttura del mezzo di trasporto attraverso oggetti appartenenti alla quotidianità quali il ferro da stiro e il tavolo da cucina.

Nel racconto successivo, invece, il papà di Maya continua ad utilizzare colori molto vividi, creando un mondo marino dove l’elemento fantastico continua ad essere enfatizzato. Qui, il pubblico osserva Maya nel ruolo di sirena. La piccola dorme su un letto con un’intera foresta, a lei adiacente. Un letto e una foresta. Sott’acqua. Nel fondale marino. Il tutto accompagnato da una sirena che appena sveglia, individua in un abito fatto di pesciolini rossi, il suo look della giornata. Gli artisti possiedono un immaginario davvero incredibile: il più grande talento di Michel consiste nel riuscire a realizzare un’esperienza visivamente attraente anche per il pubblico adulto.

Il racconto del suo processo creativo è molto interessante: «Ho fatto questo film per mia figlia Maya, per esserle più vicino, dato che viviamo in paesi diversi. Sono partito da momenti quotidiani, lasciandoli evolvere in universi surreali e fiabeschi. Inizio da una situazione di vita molto banale e poi, iniziano ad accadere cose magiche. Perché se si parte da qualcosa di già folle, allora non c’è magia. Non c’è sorpresa, non c’è nessun posto dove andare».

Il film prosegue con racconti sempre più inventivi tra Maya alla guida di una nave, immersa in un mare fatto di ketchup e Maya, la poliziotta che deve fronteggiare tre gatti decisi a rubare il contenuto di un frigo. Il registro ironico e al contempo, drammatico mira ad unire emozioni contrastanti come lo stupore, la contraddizione, la paura e la curiosità verso il mondo. Così, l’immaginazione diventa un vero e proprio strumento di scoperta della propria sfera interiore. Gli spettatori vivono un’esperienza sensoriale fatta di colori, sensazioni e viaggi narrativi straordinariamente elaborati, entrando in sintonia con Maya e comprendendo l’intensità del sentimento che la lega al padre.

Parallelamente, nella dimensione reale, Maya arreda una piccola camera con tutti quegli oggetti che regnano nel suo universo fiabesco interiore. L’accensione di una luce suggerisce l’ultimo racconto in cui lei interagisce con animali magici. Al termine dell’ultima narrazione, la Maya animata si avvicina al papà, prende una matita e scrive una dolce espressione finale: “Un film diretto dal mio papà”. Maya, donne-moi un titre rappresenta un luogo dove infiniti universi immaginari si incontrano, si prendono per mano e finiscono con l’innamorarsi perdutamente l’uno dell’altro.

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