
Quanto può essere violento un film su un campione del ping pong? Josh Safdie sbaraglia le aspettative con Marty Supreme (trailer), una grande produzione dell’A24. Pur ispirandosi a Marty Reisman, campione del tennistavolo e truffatore, il regista costruisce una storia originale, portata in vita da Timothée Chalamet. Non è un biopic, come il precedente A Complete Unknown interpretato dall’attore, e il ping pong è paradossalmente poco presente. C’è più sangue che racchette. Lo sport è solo un pretesto, un sogno tutto americano per raccontare la storia di un uomo disposto a qualsiasi cosa pur di raggiungere il proprio obiettivo.
New York degli anni Cinquanta. Marty Mauser (Timothée Chalamet) è un ragazzo spiantato, che vive alla giornata, di lavori saltuari e piccoli imbrogli. Ha un solo piano: partecipare ai Mondiali di ping pong, e vincere. È una promessa di uno sport ancora sconosciuto, non ha un completo né i mezzi finanziari per raggiungere le sedi delle competizioni. Nonostante ciò, arrendersi non è un’opzione. Fra piccoli aiuti e tradimenti, Marty è costretto a superare ostacoli e umiliazioni crescenti, la posta in gioco si fa sempre più alta: è la sua autorealizzazione.
Safdie mostra tutto chiaramente all’inizio del film: il protagonista mente al proprio datore di lavoro per strappare un momento di intimità con una ragazza. E mentre i due si nascondono nel deposito del negozio di scarpe, Forever Young degli Alphaville risuona nella sala cinematografica. Questo è un film di inganni e sotterfugi per inseguire ciò che si ama. Ma soprattutto, è un film sui vent’anni di Marty e le sue guance irritate dall’acne. È sull’incoscienza dei giovani, sull’essere sconsiderati, arroganti ed egoisti pur di inseguire un sogno. Così la sregolatezza del protagonista assume un significato diverso, e alla luce del finale il film può essere riletto in una nuova chiave, quella della parabola di formazione.
Dream big, è questo lo slogan promozionale della pellicola. Torna alla mente il desiderio adolescenziale di sfondare, diventare i numeri uno a prescindere dalle origini. È il mito del sogno americano, ma visto dai bassifondi newyorkesi senza scrupoli. Gli stessi quartieri raccontati da Josh Safdie e il fratello Benny in Uncut Gems nel 2019. I protagonisti dei due film, Marty Mauser e Howie Ratner, sgattaiolano come topi in questi ambienti violenti, i loro nomi ne rivelano immediatamente la natura. I due film scorrono paralleli, condividono l’ambientazione e la costruzione della trama, in cui avvenimenti catastrofici si abbattono sui protagonisti senza soluzione di continuità, costringendoli in un labirinto sempre più intricato. La differenza sta nel trattamento e nel coinvolgimento del pubblico nelle vicende dei protagonisti.

È infatti difficile concedere il proprio benestare alla giovane promessa del ping pong. Marty Mauser è campione di egoismo, narcisista ed egocentrico. È circondato invece da personaggi con cui è facile empatizzare, grazie alle loro continue prove di amicizia. Sono compagni di vecchia data come Dion (Luke Manley), collega in affari, e Wally (Tyler, the Creator), compagno di truffe. Spicca fra questi la giovane Rachel, costretta in un matrimonio infelice a cui non vuole arrendersi, e interpretata magistralmente da Odessa A’zion. Questa banda improbabile cattura facilmente le simpatie del pubblico, costantemente frustrato dalle azioni manipolatorie del protagonista. Si può provare compassione anche per Kay Stone (Gwyneth Paltrow), attrice astuta alle prese con il ritorno sulle scene, controparte matura del giovane Marty. Tutti loro scompaiono al cospetto di Mauser, che li schiaccia senza riguardo. Ma lo spettatore non può togliere gli occhi dallo schermo, incastrato nella spirale di distruzione del protagonista, che rischia di diventare vittima di sé stesso.
La trama è costruita interamente sul protagonista e sulle sue trovate da ladruncolo. La regia non si stacca da lui nemmeno per un secondo, inseguendolo attorno al tavolo da ping pong come nelle fughe tra le strade di New York, in sequenze da capogiro che appartengono al thriller e al gangster movie più che a un film sportivo. Marty è ossessionato da sé stesso, e la macchina da presa è ossessionata da Marty. Racconto e protagonista si fondono, in un ritmo sempre più frenetico, eccessivo ma necessario per rappresentare la fame del personaggio.
Indubbiamente, il film può strutturarsi in questo modo grazie all’interpretazione di Chalamet. L’attore prova per la prima volta i panni dell’anti-eroe, obliterando la fama di giovane promessa che lo insegue: non è più il ragazzino di Chiamami con il tuo nome, l’amante senza speranza di Piccole donne, il messia di Dune. Mauser annienta anche Chalamet, che rinnega le simpatie del pubblico per interpretare un delinquente narcisista indurito dalle circostanze, e risulta estremamente convincente.
Se il pubblico si decide infine a tifare per Marty, schierarsi fra i pochi sostenitori di questo underground americano, è solo in virtù di una tenacia e una determinazione incommensurabili. Sono l’unica morale di un film amorale. Chi può assecondare una passione e scommettere su sé stesso, nonostante il mondo contro? Chi conserva la fame dei vent’anni.

