
«Manas», in portoghese, significa «sorelle». Essere sorelle, nella società patriarcale, è un atto profondamente politico: il concetto di sorellanza evoca un senso di appartenenza, la capacità di fare rete, di rispettare l’alterità e i confini dell’altro. Essere sorelle significa avere rispetto del trauma altrui, quando lo si incontra: per questo, è necessario avvicinarsi ad esso con cura. Nel cinema questo risulta ancora più evidente. Come si mostra il trauma con etica? Come si rappresenta la violenza senza perpetuarne l’orrore? In Manas (trailer), la regista Marianna Brennand si serve del linguaggio filmico per mostrare l’indicibile: attraverso i suoni naturali, la prossimità della macchina da presa alla protagonista e le ellissi riesce a tradurre l’abuso sessuale in immagine senza mai mostrarlo esplicitamente.
Il film si apre con l’immagine di una finestra da cui si vede, in lontananza, Marcielle (Jamilli Correa). Fin da subito, lo spettatore è posto nella posizione di testimone: nella scelta di lasciarlo guardare dalla finestra non c’è un intento voyeuristico bensì la volontà di ricordargli che ciò che avviene sullo schermo è reale, seppur protetto dalla realtà filmica. La regista utilizza uno stile documentaristico per denunciare ciò che avviene sull’isola di Marajó, nel cuore dell’Amazzonia, dove sia la violenza domestica che lo sfruttamento sessuale sono così comuni da essere percepiti come eventi ineluttabili. La violenza è parte integrante della realtà, al punto da non esser condannata. Danielle (Fàtima Macedo) considera suo marito Marcílio (Rômulo Braga) un «brav’uomo» sebbene violenti Marcielle, loro figlia. La tredicenne viene così imprigionata in un vortice di violenza: da un lato gli abusi del padre, dall’altro lo sfruttamento sessuale sulle chiatte commerciali che attraversano il fiume Japurá.
Marcielle non è l’unica, la sua storia non è un caso isolato ma, al contrario, si inscrive all’interno di un contesto di violenza sistematica che coinvolge tutte le donne del luogo, inclusa Danielle, scappata anni prima dal padre violento. Ciò pone lo spettatore di fronte ad un interrogativo: come si fa a nominare la violenza se è l’unica cosa che si conosce? Sebbene Danielle non tuteli la figlia dalle violenze di Marcílio e le chieda di contribuire al sostentamento della famiglia vendendo gamberi sulle chiatte, è lei stessa vittima del sistema che le ha fatto credere che «certe cose non si possono cambiare», come dice a Marcielle.

L’uomo abusa della figlia nella foresta, dopo averla condotta lì con il pretesto di insegnarle a sparare. Da quel momento, la macchina da presa segue Marcielle mantenendosi ad una distanza ravvicinata, al fine di restituire allo spettatore le sue emozioni e di rappresentare visivamente il suo senso di claustrofobia. La violenza, però, è presente all’interno della loro abitazione ancor prima di quel momento: con il pretesto dell’amaca rotta di Marcielle, il padre le dice di dormire con lui. Quella che sembrava, inizialmente, un’eccezione diventa immediatamente abitudine. La violenza si manifesta già in questo: nell’assenza di confini, nella confusione dei ruoli, nel deturpamento dell’innocenza della ragazza resa corpo sessualizzato dal suo stesso padre. L’uomo crede che la paternità lo renda proprietario della ragazza: non a caso, l’idea che la figlia vada sulla chiatta lo rende furioso. La sua ira non ha niente a che vedere con lo sfruttamento a cui la ragazza è sottoposta ma, al contrario, si inscrive nella visione del corpo della figlia come territorio che lui solo può occupare.
Essere figlie significa, nella realtà mostrata dalla regista, essere prigioniere di un contesto in cui sembra non esserci via d’uscita: come si spezza il circolo della violenza se nemmeno le autorità riescono a tutelare le donne e, più nello specifico, le bambine? È per sua sorella che Marcielle cerca la liberazione: affinché non succeda a lei ciò che è successo a se stessa. La sorellanza diviene, dunque, l’unica forma possibile di salvezza.
In sala.

