Man on the Run, la recensione: il documentario su Prime Video

Man on the Run la recensione del documentario DassCinemag

Man on the Run (trailer), il documentario di Morgan Neville percorre un punto di svolta fondamentale nella vita di Paul McCartney: lo segue dallo scioglimento dei Beatles al suo ritiro in Scozia ed infine, alla conseguente creazione del gruppo Wings assieme alla moglie Linda. Esplora la vita di uno dei musicisti più famosi al mondo, senza la notorietà che lo circonda. Racconta la fine dei Beatles con un occhio intimo, soffermandosi più volte sulla relazione con la moglie (la fotografa Linda McCartney) e le sue figlie. 

Presenta con un’estetica precisa uno sguardo introspettivo su Paul alla riscoperta di sé stesso; dopo un’esperienza di fama internazionale è il musicista stesso ad affermare che l’unico suo progetto è crescere, ed è proprio questo documentario a mostrarlo, dando un punto di vista diverso e singolare ad una persona così conosciuta.  

Le prime inquadrature fungono da establishing shot, restituiscono l’ambientazione iniziale, la casa a Mull of Kintyre dove tutto ha inizio; l’artista si ritira nella Scozia rurale fuggendo dalla vita sotto i riflettori, quasi fingendo la sua morte. Sono scene tranquille che diventano cupe, restituendo il mistero di questa prima parte della storia del musicista. 

La prima sequenza è seguita da un incipit a collage che crea forte dinamismo visivo, in contrasto alle inquadrature naturalistiche precedenti.  Viene dato un senso giornalistico alla successione di immagini: i filmati d’archivio sono montati attraverso lo stop motion (che diventerà un motivo ricorrente durante il film) creando uno stacco visivo dalle inquadrature dal vivo. Questa caratteristica pare imitare una tecnica mixed media, creando una dimensione visiva interessante che coinvolge facilmente lo spettatore.

L’innovazione principale del film risiede nella mancanza di un’interazione diretta con la macchina da presa; l’utilizzo esclusivo di clip found footage, tratte da interviste, estratti giornalistici o altre opere audiovisive lo fa sembrare una narrazione retrospettiva. In aggiunta il sonoro è prevalentemente fuori campo: la narrazione extradiegetica, di Paul stesso ma anche di altre persone collegate alla storia, commenta le immagini di archivio. In tal modo viene a sembrare un racconto fiabesco: lo spettatore non vede mai la faccia del narratore in presa diretta.

Alcune scene sono raccontate attraverso piccoli montaggi che mettono in scena il racconto e le citazioni presenti nella narrazione vengono riprodotte sullo schermo (come nel caso di The Great Escape, 1963), accompagnando lo spettatore nella visione; c’è una doppia spiegazione e presentazione della storia, ciò lo rende più stimolante e di senso compiuto.

Scene antitetiche sono messe in successione, sottolineando gli stacchi evidenti tra le stesse: da una scena di caos totale, visivo e sonoro, si passa ad un momento opposto, fermo oppure uno schermo nero. Questo serve a restituire un senso di cambiamento, l’inizio di un capitolo nuovo, oppure un momento di tensione nell’intreccio.

Le testimonianze di altri musicisti tra cui Mick Jagger e John Lennon danno una prospettiva esterna alla vita dell’artista, raccogliendo ottiche diverse sulle medesime vicende: sono voci narranti che cambiano prospettiva, restituendo una visione a tout-court della vita di Paul McCartney, un insieme di voci che compongono la storia di un solo uomo.

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