L’ombra del corvo, la recensione: un dolore che non si può ignorare

L'ombra del corvo recensione film Dasscinemag

L’ombra del corvo (trailer) è una storia senza nomi. Un vedovo, due figli, un gigantesco corvo umanoide che li perseguita. Sono gli elementi minimi necessari con cui Dylan Southern imbastisce un film, tratto dal racconto di Max Porter, che indaga il lutto da vicino, per illustrare la spirale di dolore in cui chiunque può cadere in seguito ad un evento traumatico.

Dopo l’improvvisa morte della moglie, un illustratore di successo (Benedict Cumberbatch) comprende di essere disarmato al cospetto della perdita. Angosciato dal lutto e da un persistente senso di inadeguatezza come padre, si lascia andare al dolore. Quest’ultimo diventa onnipresente, ossessivo, e assume dimensioni gigantesche, tanto da prendere corpo: quello di un corvo. Il protagonista cerca di scacciare inutilmente il grosso uccello, che si è ormai appollaiato all’interno del suo appartamento inglese, influenzando la vita dell’uomo e quella dei suoi due bambini (Richard Boxoll, Henry Boxoll).

Il corvo è un tentativo di esternare il dolore, scacciarlo, renderlo altro da sé quando diventa insopportabile. L’uccello, doppiato da David Thewlis, ha dimensioni mostruose, artigli acuminati e parole di scherno. Eppure, allontanare l’angoscia senza elaborarla, ignorandola, consuma il protagonista, che finisce per assumere la stessa gestualità del mostro che teme, distrutto dalle proprie emozioni. Ma non siamo le nostre emozioni. La chiusura claustrofobica in sé stessi adottata dal protagonista viene poi emulata dai suoi due figli più piccoli, in una reazione a catena per cui il proprio dolore non appartiene solo a chi lo prova, ma ha ripercussioni su chi si ama.

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Rappresentare il lutto con le fattezze di un corvo non è innovativo di per sé e il riferimento all’omonima poesia di Edgar Allan Poe è scontato. Con quest’ultima, il film ha in comune, oltre all’argomento, un protagonista reso delirante dal dolore e una sottile vena horror. Infatti, la pellicola tenta di ibridare il tema tragico per eccellenza con alcune scene orrorifiche, splatter o jump scare. Tutto ciò è tenuto insieme da un’eccellente colonna sonora, ossessiva, in grado di esaltare i picchi emotivi e supportare la tensione. Nonostante il trattamento diseguale degli inserti horror nell’arco della narrazione, questi ultimi sono funzionali ad una rilettura del lutto. Il dolore è violento, in grado letteralmente di stendere al tappeto e spaccare le ossa, pur non lasciando intravedere nulla all’esterno.

Il film disegna un perfetto arco di redenzione, di elaborazione del lutto. La chiave di lettura horror e la personificazione dei sentimenti più violenti e distruttivi è un tentativo di dinamizzare una storia tutta interiore, statica. Il regista riesce a tratti nel suo intento, dovendosi affidare completamente ad un personaggio dai tratti depressivi, e per questo inattivo. Spesso la pellicola si risolleva grazie alla struggente interpretazione di Benedict Cumberbatch (I Roses, Il potere del cane, La trama fenicia) e i suoi primi piani brutalmente intrusivi. E anche quando il film assume tratti più letterari, soprattutto nella discesa dei ricordi o negli episodi relativi ai bambini, Southern bilancia discretamente l’inazione con immagini visive liriche e suggestive.

L’ombra del corvo è dunque un’interessante rilettura del lutto, nella rappresentazione di un dolore talmente da forte da diventare un’entità autonoma a sé stante. Nonostante il tema e una narrazione impegnativa, il film rappresenta una metafora leggibilissima, comprensibile, che colpisce allo stomaco. Un dolore così grande è solamente umano, e proprio per questo può salvare una vita.

In sala.

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