L’isola dei ricordi, la recensione: l’eco della caduta del nazismo

L'isola dei ricordi, recensione

Amrum è una delle Isole Frisone Settentrionali, oggi meta del turismo della Germania del Nord. Un lembo di terra lungo una decina di chilometri che si può percorrere con una sola strada. La fine della Seconda guerra mondiale qui arriva come un’eco lontano, la vita consiste nella pesca e nella coltivazione delle patate. Le uniche bombe a esplodere sono quelle sganciate dalla Lutwaffe durante le esercitazioni nel Mare del Nord. Un paracadutista trovato morto sulla spiaggia sembra un’allucinazione notturna. Tuttavia il nazismo riesce ad imporsi attraverso la ripetizione ossessiva dei suoi simboli: dalle bandiere fuori le case agli onnipresenti quadri di Hitler, che minacciano la serenità anche nella vita privata.

Fatih Akin regista tedesco di origini turche, vincitore dell’Orso d’oro a Berlino nel 2004 per l’indimenticabile film La sposa turca e nel 2009 Leone d’argento a Venezia per Soul Kitchen, originale commedia ambientata nell’underground di Amburgo, questa volta dirige una storia che non nasce da una sua idea. Akin accetta di adottare la sceneggiatura di L’Isola dei ricordi (trailer) basata sull’infanzia del regista e sceneggiatore tedesco Hark Bhom, che non riesce a girarla per problemi di salute e scompare lo scorso novembre.

Nanning (Jasper Billerbeck) è un adolescente maggiore di tre fratelli, vive con la zia e la madre ad Amrum in attesa del ritorno del padre, un gerarca nazista di cui deve seguire le orme nella gioventù hitleriana. Il racconto in modo insolito non si affida all’uso di una voce narrante, solo alla fine capiamo che si tratta di un flash-back, quando vediamo Bhom-Nanning anziano. Diane Kruger, miglior attrice protagonista al Festival di Cannes nel 2017 per l’avvincente Oltre la notte, film sul terrorismo neo-nazista sempre diretto da Akin, questa volta è lasciata ai margini della storia. Tess, la coraggiosa contadina per cui il ragazzo lavora nel campo di patate, è un personaggio di cui il potenziale narrativo non viene sviluppato completamente lasciandoci con l’interrogativo di come sarebbe potuto evolversi. Restiamo soli con Nanning a vivere tutta la crudeltà inclusa nell’esperienza del crescere che chiunque deve affrontare.

Come per i film neorealisti, viene in mente Germania anno zero di Rossellini, lo sguardo puro dell’infanzia rimane il punto di vista privilegiato per conoscere il mondo, finché non si è costretti ad abbandonarlo per diventare adulti prima del tempo. Nanning sente il dovere di prendere il posto del padre assente nell’accudire i fratelli e la madre, una donna troppo fragile per accettare la fine della guerra e delle illusioni propagandate da Hitler in cui ha fermamente creduto. La ricerca di materie prime procede parallelamente a quella che nasce dal bisogno di capire che fine abbiano fatto alcuni membri della sua famiglia. La reperibilità del miele e del burro diventa lo scopo da perseguire anche a costo della vita, per tentare di salvare la salute mentale della madre.

I campi totali sulla natura aspra dell’isola che ne esaltano la bellezza e la desolazione delle dune delle sue spiagge, sembrano respingere il protagonista, sublimandone la solitudine. La lontananza dalla guerra però non risparmia dall’iniziazione alla violenza che avviene attraverso la caccia di un coniglio e di una foca, unico modo per diventare uomini ad Amrum. L’immagine del pulcino mai nato contenuta nell’uovo è ancora più sconvolgente perché l’esito di un gesto ingenuo come quello di privare un volatile indifeso delle sue uova. Mentre la madre di Nanning soccombe psicologicamente alle conseguenze della fine del nazismo, lui riesce ad assumersi le proprie responsabilità dimostrando di poter essere diverso dai genitori, grazie anche all’influenza di Tess immaginiamo, dato che non ne vengono approfonditi i risvolti. I motti della gioventù hitleriana che ha imparato a memoria non si riveleranno utili. Il coraggio prenderà forma in situazioni in cui nasce dall’istinto, come quello di salvare qualcuno dal mare, anche se ti è nemico.

La prospettiva adottata dalla sceneggiatura di Bhom di raccontare il dramma della guerra da una zona rurale, dona al film l’aspetto di un delicato diario intimo trattato però forse con troppa paura di tradirne gli intenti. Si avverte da parte di Akin la mancanza di quella spregiudicata libertà narrativa che contraddistingue i suoi film precedenti. Nonostante ciò, L’isola dei ricordi resta uno sguardo prezioso sui ricordi ormai svaniti della Seconda guerra mondiale, di cui anche gli ultimi custodi della memoria di quel terribile periodo stanno scomparendo.

Al cinema.

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