Lee Cronin – La mummia, la recensione: archeologia orrorifica

Lee Cronin - La Mummia, la recensione del film di Lee Cronin
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Per poter parlare in modo critico e completo de Lee Cronin – La mummia (trailer) è necessario partire da una premessa molto importante. Il film, spacciato in sala marketing come un nuovo remake/reboot de La Mummia del 1999 con Brendan Fraser, è quanto di più lontano ci possa essere da quel franchise che conta una decina di film tra trilogia principale e spin-off. Ed è un elemento tanto scontato quanto fondamentale per poter comprendere a fondo di che tipo di film si tratti questa versione del già regista del buono (se non buonissimo) La casa – Il risveglio del male– remake del capolavoro La Casa di Sam Raimi – Lee Cronin. Concetto talmente tanto importante che la stessa casa di produzione Blumhouse (marchio di qualità per un certo tipo di cinema horror firmato Jason Blum) si è vista costretta a ribadire più e più volte che Brendan Fraser non ci sarebbe stato nel film. Ma allora, La mummia di Lee Cronin, se non è una pellicola giocosa, familiare e d’avventura come la trilogia originale e neanche un action puro e crudo come il disastroso remake del 2017 firmato Alex Kurtzman, che film è? A che filone si aggrappa e che tipo di cinema di mummificazione si rifà, posto che ne esista uno?

Probabilmente, all’effettivo, non esiste un vero e proprio filone horror archeologico che abbia una visione o un topos unico. La mummia di Lee Cronin è più vicina, paradossalmente, all’originale del ’32 con Boris Karloff che non al remake anni ’90 di Stephen Sommers. Condivide più elementi con film come Alla 39ª eclisse o Talos – L’ombra del faraone che con il fiasco del 2017. Lee Cronin’s The Mummy si avvicina decisamente di più ad un filone molto più horror splatter e gore anni Ottanta che non ad un horror mentalista, raffinato e filosofico alla Eggers maniera. Una deviazione e un ritorno ad un tipo di cinema sanguineo che si vede sempre più di rado in sala. Due ore e quindici di pura discesa nel male e nelle aberrazioni più impensabili e improbabili, con lo scopo (nobilissimo) di far mettere una mano davanti agli occhi allo spettatore ma sempre con uno spiraglio tra le dita. E Lee Cronin lavora con il body horror, scavando nei corpi e nelle bende di una bambina di famiglia americana che ritorna otto anni dopo, inspiegabilmente, mummificata dentro una tomba egizia.

Lee Cronin - La Mummia, la recensione del film di Lee Cronin
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Il suo è un ritorno decisamente sinistro e il rientro a casa accompagnerà la famiglia di Charlie Cannon (Jack Reynor) e della piccola Katie (Natalie Grace) incontro ad una possessione demoniaca frutto di antiche conoscenze magiche egizie. Lee Cronin scava nel lutto della perdita di una figlia per dissotterrare e far contorcere quel dolore con un’esplosione fisica otto anni dopo. E, al di là di qualche brutta stortura narrativa e una durata forse troppo allungata, Lee Cronin gira un film contorto e che si contorce, che sfida costantemente lo spettatore a vedere fino a che punto possa spingersi. Feroce e inquietante, lavora alla stomaco del pubblico navigato e di quello meno avvezzo, con una crudezza pura e al limite del malato. Un Bring Her Back in salsa Raimi, un Omen con un pizzico de Gli schizzacervelli. Evidente la forte impronta referenziale e citazionistica, con alcune trovate decisamente più riconoscibili di altre. La Linda Blair de L’esorcista sembra qui tornare in scala 1:1, per poi virare tanto forte verso il cinema di James Wan (di cui si vede forte lo zampino con la sua Atomic Monsters) come Insidious o The Conjuring.

Lee Cronin sembra quindi ripartire da dove aveva interrotto. La Mummia sembra continuare, filo a filo, il lavoro fatto con The Hole prima ed Evil Dead Rise dopo. Un concentrato di citazioni, rimandi e raccordi tra forme cinematografiche che convergono in una visione chiara del genere horror. La Mummia non è esente da difetti, anzi. Ha dei problemi a gestire il tempo – due ore e quindici sono decisamente troppe – e forse si può e si deve chiedere qualcosa in più a livello narrativo, visto che scricchiola fortemente in diverse situazioni. Ma il lavoro fatto sul sound design, sul trucco, sulle atmosfere, sull’abbondante dose di sangue (dalla sala si esce grondanti) e su un impianto che sotto sotto racconta le difficoltà del crescere degli adolescenti e della perdita famigliare, limano e smussano dei difetti un po’ grossolani.

Non un film per tutti e non per tutti gli stomaci, ma se si è amanti dello splatter e del gore, è esattamente quello che serve per andare in sala. Lee Cronin al terzo film conferma il sapere cosa vuole fare e che tipo di cinema sta portando sullo schermo. È forse arrivato il momento del salto di qualità verso un orrore più importante e più moderno e meno citazionista ma il lavoro e le scelte su diverse scene e momenti sorprendenti rimarcano una mano registica da non sottovalutare. Cronin è un amante dell’horror, è evidente: e chi meglio di un fan sa cosa i fan vogliono vedere al cinema?

In sala.

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