
Preziosa, come un minuscolo scrigno di delicatezze e intimità, è la parola che custodisce l’essenza della nostra vita: «incontro», un inciampo improvviso da cui nessuno può fuggire.
L’esistenza di tutti noi non è, infatti, che un infinito e irripetibile mosaico di incontri che, se visto dall’esterno, sappiamo leggere scrupolosamente dando un nome proprio a ciascuna delle tessere che lo compongono. Allora riconosciamo gli incontri mancati, quelli dimenticati e quelli fugaci, gli incontri che ci hanno sfiorato ma non toccato, scosso e poi abbandonato, quelli che avremmo voluto durassero per l’eternità e che, invece, sono scappati via senza avvisare. Dopodiché, i nostri occhi scrutano ancora quel mosaico e si illuminano di fronte alla magia degli incontri perfetti, quelli capitati in un momento che sembrava sbagliato e che invece era giustissimo; gli incontri che ci hanno raccolti e accolti senza chiedere nulla in cambio, che ci hanno arricchiti, cambiati e fatto conoscere una versione di noi stessi e del mondo che pensavamo non potesse esistere.
E sono proprio questi incontri quelli che, per ovvie ragioni, vogliamo proteggere a tutti i costi, maneggiare con cura, ascoltando senza interrompere, usando la bocca soltanto per baciare e mai per comunicare paure e dispiaceri, sicuri che in questo modo nulla ceda e tutto rimanga intatto com’è: eppure, è qui che sbagliamo. Per troppo tempo ci hanno insegnato ad omettere per non ferire, ad illuderci che una bugia sia migliore di una bruta realtà, ad idealizzare un amore che, se è vero, ti comprende senza parlare. Così siamo cresciuti e abbiamo imparato che il dolore dell’altro è più importante del nostro, che se ci accorgiamo che qualcosa o qualcuno non fa per noi è preferibile aspettare che cambi piuttosto che esplicitare il nostro disagio e che fingere, reprimendo ansie e turbamenti, sia la scelta più efficace per non generare insopportabili malumori. È la costruzione di uno strano labirinto, intricato e dalle pareti insonorizzate, che si erge lentamente tra silenzi o frasi rimaste a metà, come quelle che serpeggiano tra Carlo (Stefano Accorsi) ed Elisa (Miriam Leone), Paolo (Claudio Santamaria) ed Anna (Carolina Crescentini) e che finiscono per avvelenare la giovinezza di Vittoria (Margherita Pantaleo) e di Blu (Beatrice Savignani), intrappolandoli tra Le cose non dette (trailer), l’ultimo film di Gabriele Muccino.
Coincidenze, interessi condivisi e ammirazioni reciproche saldano, in legami che si credono indissolubili, la fragile quotidianità dei protagonisti, cristallizzati in giornate che scorrono fintamente felici a Roma e che, invece, si spezzano in mille vetri taglienti per le strade di Tangeri, dove i sei hanno deciso di rifugiarsi per una breve pausa dalla routine italiana.

Più che farsi rifugio, però, la città marocchina si trasforma, quindi, in un vero e proprio nascondiglio senza ripari, portando allo scoperto le conseguenze estreme della totale mancanza di fiducia di una madre nei confronti di una figlia tredicenne, di due matrimoni che si reggono sull’implosione dei loro sposi e di un innamoramento che incendia il cuore e le vene ma che, alla fine, si spegne sotto le onde di un mare che non culla, ma affoga.
Ogni promessa scompare ed ogni certezza soccombe sotto il peso insopportabile di dolori che si sarebbero potuti evitare se, anziché lasciarsi guidare dal timore di rimanere soli, Carlo, Elisa, Paolo ed Anna avessero fatto ciò che hanno saputo fare Blu e Vittoria: parlare e parlarsi, sputando pensieri pungenti ad alta voce – non inghiottendoli nelle proprie menti e zittendoli in baci che non sanno più essere autentici. Invece, le coppie di amici perdono sé stessi per aver ascoltato troppo l’altro senza mai metterlo in discussione, per l’egoismo che li ha resi sordi e ciechi, per un’inutile attenzione a non ledere che li ha resi distanti emotivamente, pur restando vicini fisicamente. La fragilità e l’imperfezione delle relazioni umane – di cui Muccino è il più sottile indagatore e il più acuto osservatore – giungono ad un punto di non ritorno, sprofondano nell’abisso del blu più intenso, impoverendo quel ricco mosaico di incontri soltanto per aver rinunciato a incasellare le tessere del dialogo, della comprensione e del rispetto reciproco.
Da quell’incontro – segnato dal doppio movimento di entrare nel mondo dell’altro e di spingersi necessariamente contro di lui per obbligarlo a portare in luce le proprie zone d’ombra – i personaggi ne escono sconfitti, sospesi nell’amara illusione che tacere sia una virtù e che parlare, specialmente quando può far male, sia sintomo di debolezza, quasi un peccato. Ma l’unico vero peccato è la loro incapacità di esprimersi, che li auto-sabota e che li preclude ad ogni rischio di poter essere coraggiosi, di cambiare i propri destini e di provare ad essere, veramente, felici e liberi – da loro stessi, in primis.
Mentre sogni e speranze si disperdono tra i vicoli di Tangeri, le note arabesche della voce di Mahmood – che per questa pellicola firma un inedito carico di tensione emotiva – accompagnano i titoli di coda e nelle orecchie di ogni spettatore non può che riecheggiare una frase, «sarebbe bastato parlare». Ed è tutto qui, è veramente qui la chiave che apre il lucchetto delle cose non dette: dialogare anche quando pensiamo di non conoscere più nessuna parola, comunicare pure se crediamo che sia inutile e impossibile, esprimere quell’inespresso a cui non sappiamo dare forma – se non quella di un muro di silenzi impenetrabili – e capire che non sempre una doppia negazione dà un risultato positivo.
Gabriele Muccino torna al cinema per raccontarci l’ennesima storia che parla di noi – senza stancare mai – e per insegnarci a fare qualcosa che per anni ci è stato proibito: dire a costo di perdere, non seminare dubbi, scegliere la sincerità per correre il rischio di vincere l’amore, verso noi stessi e verso chi amiamo.
Al cinema.

