Lady Nazca – La signora delle linee, la recensione: schermo piatto

Per chi sogna è necessario che la scuola sia un luogo sicuro, in cui ci si possa addormentare dopo la fatica dell’ora di matematica, sistemare un banco confortevole e magari dove ricevere un grembiulino stirato, abbastanza fuori moda. È importante che il banco porti tutti i graffi e i tagli di chi alla lezione non ci pensa proprio, che, per non deturpare nient’altro, si vendica sulla cosa pubblica. Dunque se guardiamo ai bilanci scolastici, le somme di denaro che dovrebbero andare alla ristrutturazione iniziano ad essere depredate quando ci sono due o tre ore di matematica, italiano e storia dell’arte, che coincidentalmente sono quelle in cui si fanno più danni. I colpevoli non sono gli studenti, ma i professori: si tratta di metodo.

Lady Nazca – La signora delle linee (trailer), di Damien Dorsaz, è un film che tradisce le aspettative dello studente assonnato, il quale, tra veglia e sogno, si chiede se sia finito in un incubo. Non perché il valore tecnico del film sia pessimo, ma perché la valenza tecnica è celata da un’idea oggettivante di realismo che appiana il punto di vista, avvicina l’orizzonte e lo rende palpabile, dà quest’illusione; così la linea che divide il cielo dalla terra diventa oggetto indivisibile, distante un palmo.

Se ciò fosse vero allora saremmo in pericolo: basterebbe che qualcuno disegnasse sopra la prima una seconda retta, come su una lavagna, ed ecco che la nostra misura del reale andrebbe a restringersi, e con sé l’immaginazione. Bisognerebbe provare a chiedere a questo film di cosa parla. Risposte flash – Questo io è! Alle stesse risposte corrispondono altri oggetti, i manuali delle superiori che spesso ci fregano con le spiegazioni secche, le informazioni utili ad una sola narrativa.

La storia di partenza è reale: Maria Reiche (interpretata da Devrim Lingnau) non è un invenzione, ma pare che per necessità di linearità ci si sia inventati dei pezzettini. Si traccia dunque una linea bianca che nel colmo della narrazione dà sfoggio della sua rettitudine, e lo sforzo del singolo prevale su quello della collettività. Non si sminuisce la figura della ricercatrice se si ammette che non ha fatto tutto da sola, ma qui non si è voluto accettarlo. Alcune intuizioni della donna sono magiche, spuntano fuori dalle ingenuità altrui, sorgono, o meglio risorgono, da una sottilissima linea bianca che parte dal misero accenno al dilagante nazismo del tempo, fino ai contadini peruviani. Gli ultimi vivono ingenuamente le proprie tradizioni, non ne conoscono i valori, e sta alla matematica di Dresda il compito di interpretare i balletti del solstizio d’estate. Senza ulteriori indizi giunge ad un’ipotesi a cui nella realtà ci sono voluti circa sei anni per arrivare, e che, per onor del vero, non è nata solo dalla ricercatrice. Paul Kosok fu iniziatore delle ricerche del 1939, a cui solo dopo Reiche partecipò nel 1940. Nel film l’uomo è sostituito da Paul D’Hancourt (Guillaume Gallienne), un generico archeologo francese (e non americano). Un altro artificio narrativo a giustificare la libera disinterpretazione storica della vicenda.

È qui che qualcuno si appellerebbe al realismo del film, per dargli un minimo di credito. Ma lo sforzo compiuto è solo formale, giacché assumere un’attrice simile a Reiche sarebbe stato uno sforzo di produzione realistico, ma neanche per idea; si ricorre a volti buoni per un reel, e ad un plot romantico da sciorinare come le pezze al vento, di personaggi e situazioni sciape e ricalcate, riportate sulle stesse pezze come faceva Reiche per le tracce dei Nazca. Solo che queste tracce sono davvero significative, ma perdono la loro forza per il privilegio del maledetto controcampo che deve farci vedere l’espressione di Maria. Questo tipo di realismo convenzionale è semplice, ed è utile alla produzione, perché non fa riferimento ad un punto di vista unico e sincero, ma permette di valutare la realtà da più punti costruiti, non presenti, avviare discorsi, sensibilizzare.

Sono tutte queste manovre che anche nel cinema italiano contemporaneo funzionano (da Chiara di Nicchiarelli a C’è ancora domani di Cortellesi, per esempio). Sono film che non lasciano traccia, salvo fortunati casi, dopo due settimane di programmazione, che fanno il loro ciclo con le scuole, le università. E si pagano SIAE, concessioni, e il riciclo di denaro pubblico prosegue. La semplicità di queste trame è spiazzante, spesso ci si chiede per chi siano questi film, ma le risposte sono vaghe. Non ci servono tanti punti facili, quanto ce ne servirebbe uno solo complesso che dia vero lustro a questi personaggi della nostra storia. Non ci serve un prodotto che tutti debbano capire.

Ancora più traumatica è la didascalia del finale, vago ricordo di Nouvelle Vague di Linklater, così che l’onnisciente narratore abbia il suo sfogo. Ma perché darsi a tutti i punti di vista possibili (costruibili)? L’unico vero punto accessibile è quello di Reiche, quello delle sue foto scattate a metri e metri da terra, di una donna che vede dall’alto. Però non vede tutto, le è impossibile. Ed ecco che lo studente si sveglia sulla pagina del manuale. C’è una grande foto di un tramonto nel solstizio d’Estate in Perù. Non si ricorda niente della lezione, che lezione? Torna a casa e la radio fa: «Tutto questo sbattimento per far foto al tramonto che poi sullo schermo piatto non vedi quant’è profondo».

In sala.

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