
Ciascun italiano è cresciuto a pane e proverbi, di cui ha poi stilato una lista di preferiti pronta all’uso. Tra questi, qualcuno avrà quasi sicuramente inserito il popolarissimo “I soldi non fanno la felicità”, capace di porre in dubbio i limiti oltre i quali mai ci piegheremmo per un po’ di denaro in più.
Chiacchiere da bar, si sa, ma non per il (vero) pastore protagonista di La vita va così (trailer), Efisio (Giuseppe Ignazio Loi), uomo dotato di invidiabile pazienza, inalterabile coerenza e profonda dignità, pronto a non cedere a nessun compromesso pur di difendere il luogo in cui risiedono le proprie radici.
Non cede, infatti, a cifre da capogiro, non cede alle richieste di un’intera comunità che vorrebbe rialzarsi dalla miseria che ha sempre conosciuto, non cede alla volontà del figlio che vorrebbe tornare ad abitare i luoghi in cui è nato, non cede neppure ad abbandonare il dialetto sardo per rendere concrete riflessioni e convinzioni. Onestamente e coraggiosamente, non rinuncia a quella tempra tignosa e testarda che soltanto i meridionali forse hanno perché abituati e, quindi, stanchi di schiacciare i propri desideri sotto il peso dei desideri degli altri, che di loro non sanno niente e pensano di sapere tutto. Di più: che si gongolano ad affermare che mai vorrebbero vivere un’esistenza così umile, che non rifiuterebbero mai di sorseggiare la loro tisana rilassante vista Duomo per quintali di pomodori da essiccare di fronte a distese verdi e rigogliose, che la caparbietà di voler diventare qualcuno è sicuramente migliore dell’ostinazione di non voler essere proprio nessuno se non se stessi.
È di fronte a quest’ultima richiesta che a suon di «no!» – sbuffati, sputati, urlati – Efisio riesce a far vacillare le aspettative dei più, dal pubblico in sala che vuole, poi non vuole e poi vuole di nuovo fare il tifo per lui, fino ai personaggi che lo circondano e che lo comprendono – la figlia (Virginia Raffaele) e il giudice che «non guarda in faccia nessuno» (Geppi Cucciari) – che non lo comprendono affatto – l’egoistico imprenditore milanese (Diego Abatantuono) – e che vorrebbero riuscire a non comprenderlo – il capocantiere sbruffone (Aldo Baglio).
Speranze e delusioni si incontrano e si scontrano tra colossi di cemento meneghini brulicanti di affari onerosi e obiettivi professionali irraggiungibili e tra le spiagge incontaminate di una Sardegna ancora autentica, che soltanto a guardarla sullo schermo viene spontaneo chiedersi perchè non dovrebbe rimanere per sempre così, pura ed inviolata.
Dove il mito della vita lenta regna sovrano e dove l’Italia è quella che – purtroppo e ormai – conoscono solo i nostri nonni si consuma la nuova commedia di Riccardo Milani, che vince – almeno moralisticamente – per la fermezza con cui quest’ultimo e il protagonista del suo racconto continuano a credere in qualcosa anche quando gli altri vorrebbero soltanto e arrogantemente ricredersi.
Questa storia genuina, ispirata a vicende realmente accadute, che il regista firma insieme a Michele Astori vuole, infatti, puntare un faro anche su dibattiti attuali come la conservazione paesaggistica del territorio, l’urbanizzazione e la deruralizzazione, il contenimento dell’overtourism, la tutela dei dialetti e delle usanze regionali.
A questo punto, allora, è facile capire perché La vita va così è stato scelto quale film d’apertura della ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma: perché parla di noi a noi, italiani di ieri, di oggi e – speriamo – pure di domani.

