
Dall’altra parte. Quella del carnefice, senza comprensione o perdono, solo la verità di un pensiero malato, la sua arroganza e il suo narcisismo, la visione distorta di una società che ha perpetrato crimini di massa inauditi. Con La scomparsa di Josef Mengele (trailer) il regista Kirill Serebrennikov (Limonov, La moglie di Tchaikovsky ) realizza il ritratto disturbante della fuga e latitanza del medico nazista Josef Mengele, soprannominato “L’angelo della morte” per i suoi esperimenti medici aberranti sui prigionieri di Auschwitz. Aiutato da una rete di sostenitori segreti del nazismo, dopo la guerra scappò in Sud America, dove una volta sbarcato in Argentina visse tra il Brasile e il Paraguay fino alla morte per annegamento a seguito di un ictus. Così a pochissimi mesi dall’uscita di Norimberga un’altra storia che ripercorre il declino di uno dei peggiori criminali di guerra mai esistiti.
Un bianco e nero mortifero, privo di vita, che essicca e demolisce, ingabbia e soffoca. Senza colore, senza umanità. Anche quando poi il colore subentra, si percepisce un contrasto straniante: quello che per i nazisti era l’idillio, i campi di concentramento, per noi è l’orrore. Il colore così assume toni ancora più inquietanti e disturbanti dello stesso bianco e nero e si accompagna a un flusso quasi documentaristico di incursioni nella memoria.
Risuona l’eco della Zona d’interesse e della sua luminosità perturbante, una stonatura percettiva che si insinua nella coscienza e genera un cortocircuito mentale che nasce dalla naturale propensione ad associare il colore al bene. Se nella Zona di interesse però è l’oscurità depositaria di pietà ed empatia, nella Scomparsa di Josef Mengele la dolorosa verità delle vittime è introdotta da un personaggio chiave, il figlio di Mengele. Cerca segni di pentimento o consapevolezza nelle parole del padre, ma invano: Mengele fino alla morte sosterrà la necessità delle scelte del nazismo e anzi farà molto di più, capovolgerà i ruoli, intendendo sé stesso come la vittima perseguitata.

135 minuti di disagio e orrore emotivo. I chiaroscuri della banalità del male attraversano momenti temporali differenti, scene oniriche si insinuano in una narrazione realistica, memoria e immaginazione si confondono. Nessun abbellimento, niente è edulcorato. Sebbene siano esposte le ragioni del protagonista e con lui quelle del nazionalsocialismo, l’interpretazione esemplare e verosimile di August Diehl solleva nello spettatore avversità e inorridimento, evitando ogni accenno caricaturale e lavorando per lo più di sottrazione, puntando sull’aberrazione per eccellenza, il suo apparire un uomo normale capace però di commettere il peggio senza il minimo rimorso.
Tratto dal romanzo omonimo di Olivier Guez, con i suoi tempi dilatati e una regia elegante ma mai estetizzante, La scomparsa di Josef Mengele lascia il segno e riscrive il nostro concetto di normalità: il regista sembra avvertirci, Mengele non era un caso isolato e probabilmente neanche il popolo tedesco. Il male è un fatto umano, si annida negli individui più insospettabili, capaci di orrori che richiedono una mancanza di empatia, come minimo parziale, e un’ostilità ingiustificata che poco sembrano avere a che fare con la normalità ma che dissimulano le proprie sembianze perfettamente sotto l’aspetto dell’uomo comune. Il film ha debuttato in anteprima mondiale alla 78ª edizione del Festival di Cannes e in anteprima italiana al 37° Trieste Film Festival.
Al cinema.
