La piccola Amélie, la recensione: un’avventura alla scoperta dei ricordi

La piccola Amélie recensione DassCinemag

La piccola Amélie (trailer) deve aver sbloccato in voi ricordi di una ragazza che rompe la crème caramel con il cucchiaio e infila le mani in un barattolo di ceci dal fruttivendolo. Se poi aggiungiamo la produzione francese alle spalle allora in molti penseranno ad un prequel animato de Il favoloso mondo di Amélie, ma per la fortuna del genere umano non è così. La piccola Amélie non ha nulla a che vedere con l’altra Amélie, e per tutti coloro che vogliono verificarlo, il film sarà distribuito nelle sale grazie a Lucky Red dal 1 Gennaio. 

Amélie nasce da una famiglia belga trasferitasi in Giappone prima del suo concepimento. Ultima di tre figli, passa i primi anni della sua vita in silenzio, in attesa che qualcosa la facesse davvero nascere. Niente la entusiasmava e, pensando di essere una divinità, si limitava a vivere senza interagire con il mondo circostante. Dopo aver assaggiato del cioccolato bianco, la realtà comincia a sembrarle diversa, iniziando un piccolo viaggio alla scoperta delle emozioni e, soprattutto, dei ricordi.  Amélie nasce davvero a due anni e mezzo, e quei sei mesi di vita che intercorrono tra la rinascita e il suo terzo compleanno rappresentano un’avventura dai risvolti tutt’altro che dolci. Amélie affronta la gioia della scoperta e il dramma della perdita. Amélie si innamora ed è felice, ma se tutto questo non dura? Se tutto cambia, che senso ha vivere?

Se pensavate che solo perché ci fosse una bambina in locandina allora il film fosse esplicitamente «leggero», vi sbagliavate. Pur trattandosi di una trama semplice, quella de La piccola Amélie è una storia che riguarda tutti, in un modo o nell’altro. Ciò che viene raccontato è il viaggio di una bambina nelle contraddizioni della vita stessa che in molti hanno accettato, ma che posti all’innocenza di una persona che ha appena iniziato a vivere, assumono i toni dell’assurdo. «Perché le persone muoiono? Perché andarsene dal luogo che si considera casa?». Queste sono alcune delle domande che si pone la protagonista, alla quale non si può rispondere se non attingendo a quella burocrazia che contraddistingue l’essere umano raggiunta la maturità.

La piccola Amélie recensione DassCinemag

Nonostante la trama lascerebbe presupporre delle animazioni semplici, la pellicola smentisce con un impatto visivo di altissimo livello. Non si allude solo ad un’animazione curata, descrittiva, quanto più artisticamente ispirata, cosa che non sempre è riscontrabile nei prodotti di oggi. L’impatto visivo restituisce la percezione soggettiva della realtà di una bambina, in particolare in quelle digressioni oniriche che mostrano picchi artistici notevoli. L’immaginario portato in scena rimanda ad altri lavori d’animazione come le opere dello Studio Ghibli, ma con uno stile strettamente personale. Insomma, per riconoscere La piccola Amélie basta anche un solo meraviglioso frame, uno tra i tanti, unici e inconfondibili. Il film diventa così un’inesauribile fonte di sfondi pronti ad approdare su smartphone e pc di ogni cinefilo performativo che si rispetti. 

È strano pensare che un’opera su una bambina di quasi tre anni possa parlare della vita. Il racconto di una persona senza ricordi, che vede il mondo per la prima volta, come può parlare a chi il mondo lo vede già da tempo? Può, in qualche modo. Amelie non sarà l’ideale bambina di tre anni, visto che pensa come un premio Nobel ed ha l’agilità di una ginnasta olimpionica, ma quelle stesse domande che si pone sono le medesime che ogni spettatore si è fatto almeno una volta. Questo rende il film un coming of age a tutti gli effetti, che analizza non la blasonata adolescenza ma l’infanzia, spesso data quasi per scontata. Anche tramite quel periodo della vita è possibile analizzare temi come  il suicidio, la depressione, la scoperta di sé, il lutto; tutti argomenti trattati dal film con grande maturità e non poca audacia, vista l’età della protagonista. 

Una volta un personaggio interpretato da un giovane Luca Marinelli disse: «le cose sono meno belle perché ci angosciamo che finiranno». Amelie non la pensava molto diversamente. La vita perde i suoi colori dal momento in cui capisce che tutto ciò che la circonda non è eterno, che tutto è in continuo cambiamento. Le cose cambiano quando sente le parole della nonna della quale resta solo il ricordo: «se tutto svanisce tu puoi ricordare». Niente è eterno, né per Amélie né per lo spettatore, ma i ricordi restano, così come i bei film, e questo è un film che resta. 

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