
Era Tolstoj a scrivere, nell’incipit di Anna Karenina, che «tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo». Si sa, i legami tra congiunti sono quanto di più complesso possa esistere, da sempre oggetto di indagine privilegiato del grande schermo: basti dare un rapido sguardo ai film che l’hanno fatta da padrone nel circuito festivaliero in questo 2025 – Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch a Venezia, ma ancor più Sentimental Value di Joachim Trier a Cannes, uno dei frontrunner dei prossimi Oscar – per rendersi conto di quanto le dinamiche familiari siano sempre più spesso al centro delle narrazioni contemporanee. In questo solco si inserisce La mia famiglia a Taipei (Left-Handed Girl, trailer), di Shih-Ching Tsou, produttrice taiwanese al suo esordio in solitaria alla regia, ma che vanta un sodalizio creativo ormai ventennale con Sean Baker, qui nelle vesti di co-sceneggiatore e montatore.
La storia prende forma attraverso lo sguardo della piccola I-Jing (Nina Ye), che dopo anni torna a vivere a Taipei con la famiglia. Mentre la madre (Janel Tsai) gestisce un banco di noodles nel mercato notturno più famoso della città, ritrovandosi presto a dover far fronte a debiti sempre più gravosi, I-Ann (Shih-Yuan Ma), la sorella maggiore, trova lavoro come betel nut beauty (un fenomeno diffuso in Taiwan che vede giovani ragazze costrette a vestirsi in maniera seducente con lo scopo di vendere stimolanti in chioschi dai colori sgargianti). Nel frattempo, il mercato, caleidoscopio di luci e suoni, diventa presto per I-Jing un labirinto da esplorare e in cui poter esercitare un suo talento nascosto, la cleptomania. Il suo alibi? Non è colpa sua, ma della sua mano sinistra (la «left hand» del titolo), da cui un nonno bigotto e superstizioso l’ha messa in guardia perché «se usi quella mano, significa che lavori per il diavolo».

Il film è un racconto multigenerazionale, in cui i vari personaggi tentano di muoversi in una Taipei caotica, esuberante, viva. Tsou ricompone lo spazio urbano attraverso una vera e propria grammatica della prospettiva: da una parte, la città si fa vibrante ed evanescente quando la telecamera, ad altezza I-Jing, rincorre la piccola nella frenesia dei suoi movimenti tra le bancarelle del mercato; dall’altra, quando il punto di vista si alza fino a seguire I-Ann in giro sul suo motorino, la città diventa simbolo di un’evasione e una libertà tanto anelate.
Ma non è tutto oro ciò che luccica nella metropoli quasi accecata dai neon. Lo spazio in cui i personaggi agiscono si fa sempre più asfissiante e fagocitante, fino a far emergere una profonda tensione tra identità individuali e aspettative culturali. Così, è necessario che I-Jing impari a scrivere con la mano destra, I-Ann vesta in maniera decorosa e Shu-Fen assicuri stabilità economica alle figlie perché si integrino tutte nella rigida società taiwanese. Ma ecco che un vaso di Pandora fatto di ipocrisie, verità inconfessate e desideri repressi arriva ad essere scoperchiato in un colpo di scena à la Segreti e Bugie, eppure forse un po’ troppo ritardato e affrettato.
D’altra parte, appare chiaro che anche qui, come già in Un sogno chiamato Florida (The Florida Project), il punto di vista privilegiato, quello dell’infanzia, non è uno stratagemma per edulcorare la realtà, quanto per farla emergere in tutto il suo crudo realismo, senza filtri. È proprio questo uno dei tratti distintivi dell’universo che Tsou e Baker stanno costruendo negli anni: quello che viene delineato nei loro progetti è un mondo le cui crepe sociali sono messe a nudo non da toni cupi e dispositivi tragici, ma da un sapiente equilibrio tra dramma e comicità. Il loro cinema rifugge l’essere incasellato in generi dai confini netti, muovendosi piuttosto in una dimensione porosa in cui tragico e comico coesistono. Ed è proprio in questo spazio ibrido che Left-Handed Girl trova la sua voce più autentica.
In sala.

