
Se hai la possibilità di vedere questo film, sei una persona fortunata. Se hai la possibilità di leggere questa recensione, sei una persona fortunata. Se la mattina ti svegli e sai che la sera avrai un posto dove tornare, sei una persona fortunata. Significa che hai il denaro per permetterti un biglietto, un telefono e soprattutto un tetto sopra la testa. Non è scontato che in un mondo dove c’è chi può permettersi un attico vista Colosseo, un altro sia costretto a racchiudere la sua intera vita in un carrellino della spesa trasportato incessantemente senza meta. Il film non si limita a raccontare una caduta: la attraversa, la osserva da vicino, la rende quasi tangibile. Valérie Donzelli ne La mattina scrivo (trailer) sceglie uno sguardo asciutto, privo di pietismi, per seguire il protagonista nel momento in cui il successo e la stabilità si sgretolano lasciando spazio a un vuoto fatto di silenzi, panchine fredde e sguardi che evitano altri sguardi. L’adattamento del memoir di Franck Courtès non indulge mai nel melodramma: al contrario, trova nella sottrazione la sua forza più autentica.
La macchina da presa resta spesso a distanza ravvicinata, quasi a voler condividere il respiro affannoso di chi si ritrova improvvisamente invisibile. La città — indifferente, frenetica, luminosa per chi può permetterselo — diventa un personaggio a sé, un organismo che inghiotte e respinge. In questo contrasto si gioca il cuore del film: non solo la perdita materiale, ma la progressiva erosione dell’identità. Chi siamo quando perdiamo tutto ciò che ci definiva?

Il protagonista attraversa la vergogna come una seconda pelle. Non c’è eroismo nella sua discesa, ma una fragile umanità che rende ogni gesto — chiedere aiuto, mentire, ricordare — carico di un peso specifico enorme. Eppure, La mattina scrivo non è un film disperato. È un film che scava nella possibilità della dignità anche quando ogni sicurezza è venuta meno. È un racconto sulla resilienza silenziosa, su quella forza quasi impercettibile che spinge ad alzarsi ancora una volta.
Donzelli nel suo film orchestra il ritmo con delicatezza: alterna momenti di immobilità a brevi lampi di memoria, quasi a ricordarci che nessuna condizione è definitiva, che la linea tra chi osserva e chi è osservato è più sottile di quanto immaginiamo. La fotografia insiste sui dettagli — mani arrossate dal freddo, oggetti custoditi come reliquie — trasformandoli in simboli di una vita che resiste nel minimo.
Alla fine, La mattina dopo non chiede compassione. Chiede consapevolezza. Ci invita a riconoscere il privilegio nascosto nelle abitudini quotidiane, nella banalità rassicurante di un letto, di una chiave che gira nella serratura. È un film che resta addosso, che lavora lentamente nello spettatore, e che ci ricorda quanto sia fragile l’equilibrio su cui costruiamo le nostre certezze. E forse, proprio per questo, necessario.
Al cinema.

