#RomaFF20: La Lezione, la recensione del film di Stefano Mordini

La Lezione recensione film di Stefano Mordini DassCinemag

È il più atroce fenomeno sociopolitico dei nostri giorni, un problema evidente che con prepotenza e prevaricazione invade le prime pagine dei giornali, un tema che affonda le proprie radici nel passato ma che continua ad essere attuale e su cui le riflessioni e le attenzioni spese non sono ancora – mai – abbastanza. È il risultato di una mentalità lurida e meschina per troppo tempo considerata corretta e assoluta, da tollerare senza esitazione e a cui sottomettersi perdendo brandelli di dignità. Tra le mura di casa, in una strada isolata, sui sedili di una macchina.

Oggi, questo risultato ha un nome, un nome orrendo ma ben preciso: femminicidio.

Una forma di violenza che si consuma per il suo opposto, l’amore. Un amore prigioniero, soffocante, ignobile, da cui difficilmente ci si riesce a salvare e da cui, pur quando ci si può salvare, non ci si riesce a liberare. Perché per sempre, certe parole riecheggeranno nelle orecchie come grida feroci; per sempre, un sorriso sarà la maschera di una bocca che ha i denti serrati; per sempre, una carezza avrà l’aspetto di uno schiaffo che sta solo tardando ad arrivare.

Per colpa di chi profanava un amore che non esisteva, milioni di donne muoiono, o vivono un’esistenza marchiata dal terrore, dai lividi e dalle ferite che imbrattano la loro pelle e che le fanno sentire inadeguate, grette, sbagliate; e per colpa di un uomo – ne basta pure solo uno – accecato dalla gelosia e dal possesso, le donne del mondo sono – ormai – costrette a camminare in allerta, a non fidarsi di un gesto affettuoso, a dosare frasi e atteggiamenti che potrebbero risultare compromettenti – come dicono quegli uomini inumani.

Siamo tutte vittime della strage di questa nostra brutale, mostruosa, aggressiva contemporaneità.

Ce lo dice la coscienza, ce lo dice la realtà dei fatti e ce lo dice Stefano Mordini nel suo ultimo film, La Lezione, tratto dall’omonimo romanzo di Marco Franzoso e presentato nel corso dell’ottava serata della Festa del Cinema di Roma.

Elisabetta (Matilda De Angelis) è una giovane donna triestina, un’avvocatessa ligia e schiva in fuga da un passato logorante che fatica a lasciarsi dietro. Colleghi, amici fidati e peripezie lavorative non riescono a distrarla né a rassicurarla dal peso incombente di violenze fisiche e psicologiche che si ripresentano quotidianamente sottoforma di incubi, di fantasmi, di rumori insoliti e di dettagli minuti che hanno un nome e una faccia, come post-it fintamente romantici appoggiati sul parabrezza della sua auto e come le note invasive e invadenti de La canzone dei vecchi amanti di Franco Battiato.

La musica tecno che, nelle cuffie, sovrasta le paure e la bora di Trieste che, tra le vie, le tira la sciarpa rossa intorno al collo sembrano fondersi con i battiti del cuore che accelerano ad ogni minimo sospetto di essere seguita, osservata, tracciata. Il colpevole di queste sue manie di persecuzione si chiama Daniele (Marlon Joubert) ed è il suo ex: manesco, manipolatore a sua volta manipolato da un uomo travestito da borghese perbenista, adulatore dalla dialettica impeccabile, fautore di false ingenuità, così perfetto nel personaggio fittizio che si è costruito da risultare irriconoscibile persino all’interno di un tribunale, dove il tormento di Elisabetta ha inizio.

La scaltra avvocatessa ha appena scagionato un professore universitario, Vadler (Stefano Accorsi), dall’accusa di stalking e di stupro mossa da parte di una studentessa ma, nonostante l’inattesa vincita, la controversa questione giudiziaria sembra non volerla liberare dal turbinio di angosce e timori che la agitano e che ricompaiono come pezzi scollegati di un puzzle. Vadler, infatti, pare voler andare sempre più a fondo, sporgere causa all’università per motivi illogici e insensati che possono acquisire coerenza e ragion d’essere soltanto nelle mani di un’eccellente avvocatessa quale è Elisabetta che, grazie ad un lucido sesto senso, decide di non seguire la causa. Eppure il professore torna continuamente ad insistere, persino bussando alla sua porta in una notte di pioggia battente, così buia e assordante da nascondere facilmente il corpo e il lamento stridente di una donna inerme e innocente. Qualcosa, però, non va come il professore aveva previsto: flash di mani minacciose che impugnano un taglierino ed un coltello e che piano piano si avvicinano ad Elisabetta diventano il movente che le permette di difendersi e di non essere un’altra ennesima vittima. Diventa lei stessa testimone di una fine da cui è scampata, ma che non la abbandonerà mai più. Che non ci abbandonerà mai più.

Le ansie di Elisabetta sono le ansie delle donne di oggi, attraversate dal coraggio punitivo di Matilda De Angelis, indotte dagli occhi maniacali di Stefano Accorsi e rese magistralmente dalla regia di Stefano Mordini, che ricompone il puzzle frastagliato di questo racconto con strumenti finissimi.

Aggiunge leitmotiv visivi e sonori che infastidiscono, videocamere invisibili, ambientazioni da brivido, particolari che al solo pensiero generano nervosismi e inquietudini; tanto che, in sala, non sono mancate persone che hanno sentito il bisogno di uscire per assorbire ciò che stavano guardando sullo schermo, capace di scuotere vere sensazioni da panico.

Questo aspetto – a pensarci bene – ci invita a riflettere sul modo in cui certi gesti che diamo per scontati possano celare ambiguità terrificanti; ma è pure – probabilmente – il punto di forza della scrittura che sorregge questo intero thriller psicologico, firmata dal suo regista e dallo sceneggiatore Luca Infascelli. Una scrittura cinematografica architettata con studio profondo e sensibile, che permette al pubblico di addentrarvisi con i giusti tempi, senza perdere le tessere più sottili e più importanti di quel puzzle raccapricciante che ci fa uscire dal cinema scossi, doloranti, con il fiato mozzato e il cuore in gola.

«La lezione non è ancora finita» legge Elisabetta sul taccuino del professore prima di salutarci. Noi, invece, ci auguriamo che questa lezione una volta per tutte – per tutte – finisca veramente.

Ti potrebbero piacere anche

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ho letto la privacy policy e acconsento al trattamento dei miei dati personali ai sensi del Regolamento Europeo 2016/679 (GDPR) e del D.Lgs. n. 196 del 2003 cosi come novellato dal D.Lgs. n. 101/2018.