La Gioia, la recensione: la paralisi della scelta

La Gioia, recensione

Nel corso delle nostre vite siamo continuamente posti davanti a dei bivi: se e cosa studiare, quale lavoro fare, se intraprendere o meno una relazione amorosa, se partire o restare. Vivere significa scegliere e, per questo, è necessario fare il lutto delle molteplici esistenze che si dischiudono sotto i nostri occhi, in favore di una sola. Il filosofo Søren Kierkegaard ne parla in termini negativi: laddove scegliere vuol dire rinunciare, la scelta porta sempre, con sé, dolore. Non scegliere, però, equivarrebbe a morire: l’uomo, perso nella contemplazione delle possibili vite poste davanti a sé, finisce per paralizzarsi. È la paralisi della vita stessa, che si arresta laddove non sa da che parte andare. Anche Kierkegaard si ritrova davanti all’impossibilità di scegliere: pur amando Regine Olsen, non saprà vivere quell’amore, rinunciando alla loro relazione. Il filosofo parla di una scheggia nelle carni che lo accompagnerà per tutta la vita.

La lezione su Kierkegaard fa da sottofondo ai pensieri di Alessio (Saul Nanni): sulla lavagna dell’aula che abbandonerà rabbiosamente, c’è scritto “aut-aut”. All’uscita della scuola, il ragazzo incontra Gioia (Valeria Golino), un’insegnante del liceo in cui studia. Quel momento crea un cortocircuito all’interno delle loro vite, cambiandole per sempre. La Gioia (trailer) di Nicolangelo Gelormini ha qui il volto trasfigurato: gioca a farsi altro da sé, nella speranza di sopravvivere. Il film, tratto dall’opera teatrale Se non sporca il mio pavimento, ispirata all’atroce omicidio di Gloria Rosboch, parte dal particolare per cercarne, in esso, i caratteri universali. Gioia e Alessio sono figli di storie diametralmente opposte eppure ugualmente claustrofobiche: esistenze lacerate che si incontrano laddove la carne fa più male.

Alessio è uno studente, vive con la madre Carla (Jasmine Trinca) in condizioni di precarietà, tanto da prostituirsi per aiutarla, in un giro d’affari gestito da un amico di famiglia, Cosimo (Francesco Colella). Laddove la costruzione della nostra personalità deve moltissimo al modo in cui siamo guardati da piccoli da nostra madre, qui intesa come il “primo soccorritore” della vita di un individuo, Carla restituisce al figlio un’immagine deforme: Alessio non viene percepito come qualcuno di cui prendersi cura ma, piuttosto, deputato al ruolo di salvatore. La famiglia diventa, così, l’unica cosa che madre e figlio hanno, pur nella loro disfunzionalità.

La Gioia, recensione del film di Nicolangelo Gelormini

Gioia è una donna di mezza età, insegna francese al liceo e vive con i suoi genitori, nella stessa cameretta in cui dormiva quando era bambina. La sua stanza fa da sfondo alla storia con Alessio: il ragazzo, una sera, bussa alla sua porta per chiederle ripetizioni di francese. La loro relazione clandestina inizia lì, in uno spazio che non era mai stato privato della sua innocenza. Le bambole nella stanza di Gioia sono il simbolo di un’infanzia mai realmente terminata: ne esteriorizzano il modo di vivere, in cui tutto è simulato, anche la sessualità. Alessio la accompagna alla scoperta di sé, scegliendo, per lei, perfino un nome: Regine, come Regine Olsen, la donna amata da Kierkegaard.

Quello di Alessio e Gioia, però, non è amore bensì bisogno: lei delle sulle attenzioni, lui dei suoi soldi, come tragicamente preannunciato dal testo di Madame Bovary, filo conduttore della loro relazione: «Aveva bisogno di trarre una specie di profitto personale dalle cose, perciò respingeva come inutile tutto quello che non contribuiva a saziare immediatamente il suo cuore».In questo spazio sospeso tra sogno e realtà, i personaggi appaiono come contenitori vuoti, costantemente in attesa di qualcuno disposto a far di loro qualcosa: cambiano volto, aspetto ed identità pur di provare, anche solo per un attimo, un’illusoria gioia. Corpi come luoghi del dolore, della crisi, della ferita: da un lato ipersessualizzati, dall’altro ferocemente castrati; non sono “mostri” lontani dal Sé dello spettatore, piuttosto sono figli dello stesso tessuto sociale. Il mondo costruito da Gelormini permette, così, di volgere lo sguardo laddove risulta necessario: l’urgenza di un’alfabetizzazione sentimentale.

In sala.

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