
Il cinema d’oggi è uno spettacolo pirotecnico in una stanza piena di luci, intermittenti, bombe fuochi, guerra guerra guerra! Di fronte all’austerità e al pallido realismo de La donna più ricca del mondo (trailer), come reagire?
Espressioni fulminee cambiano i nostri connotati in mille stereotipi di facce, per generare una reazione da un film intorpidito dalle lucine-flash sullo sfondo.
Ma veramente l’espressione è solo una, è un gioco di luci, e senza di esse si rivela lo sdegno affamato.
“Fingere di fingere, fingendo di essere vero” – una citazione da cui devo rimuovere il nome dell’autore, per evitare di ledere la sua figura. Allo stesso modo, bizzarramente rapido, passa sullo schermo una didascalia che vorrebbe dirimere la codardia del film: i riferimenti… nomi cambiati… le persone…
Dietro, trincerata da qualche frase, si cela una storia falsa, ma chi può lo faccia, bisogna riconoscerne l’origine. Si tratta dell’Affaire Bettencourt.
I fatti narrati sono liberamente ispirati alla caduta dal paradiso di Liliane Bettencourt, figlia del fondatore di l’Oreal, che condusse i suoi affari dopo la sua morte e fino al processo, che la pose sotto la tutela legale della figlia Françoise Bettencourt-Meyers, per circonvenzione d’incapace ai danni di François-Marie Barnier, fotografo, romanziere (sic).
Il film è stato presentato al Sacher il 7 aprile, in occasione del Rendez-vous XVI, con la presenza dello stesso Thierry Kilfa.
L’appuntamento è un caso limite, una terra di mezzo italo-franca, forse proprio per questo, nel processo di mediazione necessario, anche per un fatto di pubblico selezionato, per film che sono piaciuti tantissimo (come dichiarava la presentatrice l’8 aprile per Classe Moyenne – La festa è finita), ci ritroviamo a fine proiezione un impatto tiepido, co-ostruito da le parti da accontentare. Sarà forse perché è presentato come un documentario, calcando di una certa soglia le tracce di un Fargo dei Cohen, ma solo per l’indennizzo della scritta iniziale, o di un Cannibal Holocaust burocratico, con tanto di personaggi mancanti alla proiezione? Sarà forse perché non si sa che tipo di ricostruzione si sia voluto privilegiare, nel confuso misto tra mockumentary e fiction?
Andrebbe suggerita una terza opzione, di carattere stilistico-formale, nata da un dubbio che sorge dopo la didascalia, che vediamo?

La narrazione procede secondo il ritmo di queste “interviste-rivelazioni”, come se Thierry Kilfa, perso la possibilità di farlo, avesse voluto ricostruire una documentazione
reale di tutti i presenti, diventando l’ennesimo demiurgo-tuttovedo del caso, fossilizzando il punto di vista ad una statica “altezza occhi” di un presunto osservatore, illusione che crolla subito, data l’intimità delle situazioni, le scene di sesso, dichiarazioni scomode costruite, per cui ci vorrebbe un impiccione supremo. Altra suggestione che segue dalla narrazione è che questi individui sono esclusi dalla dimensione fuori dal media, trame di universi paralleli disponibili solo su schermo, ma è una congettura, perché, per un peccato di filologia, sono presenti altri media e quindi la scatola non è chiusa (come la rivista Egoiste diventa Selfish).
Giudicare un film francese di finzione per la verosimiglianza forse è un peccato capitale, e qui non si vuole far questo, ma proprio non ci si riesce ad allontanarsene. Lo stile collettivo, convenzionale, realistico, condiviso da altri filmini come Lady Nazca (n/b altro film su figura femminile diretto da un uomo), rimane insipido in bocca. Non crea una “somma”. Non ne si sente il peso, il punto di vista, la tendenza. A primo impatto si giudicherà il film come un’esposizione oggettiva e apolitica di un fatto, ma è un errore, non di giudizio, ma di forma. Non c’è forma, o almeno, quella prevista è preconfezionata, inerme, puntuale. Sembra di essere finiti in un K-Drama troppo distante dalla sua cultura d’origine, e per questo fin troppo prefabbricato e quadrato, adatto alla spedizione, o come le case italiane in stile liberty: esempio di un imitazione del fasto che, fingendo, espone al mondo la sua bruttezza.

