La casa degli spiriti, la recensione della serie su Amazon Prime

La casa degli spiriti, la recensione

«La memoria è fragile», afferma Clara del Valle nei suoi quaderni, e lo ripete Alba mentre li rilegge, nel tentativo di dare un senso a ciò che resta di una famiglia e di un paese. È attorno a questa idea che La casa degli spiriti (trailer), adattamento dell’omonimo romanzo di Isabel Allende, costruisce il proprio impianto narrativo: un archivio della memoria che attraversa tre generazioni di donne — Clara (Dolores Fonzi), Blanca (Fernanda Urrejola) e Alba (Rochi Hernández) — in un paese sudamericano mai nominato esplicitamente, ma chiaramente riconducibile al Cile.

La serie segue le vicende della famiglia Trueba per quasi un secolo, dai primi del Novecento fino alle conseguenze del colpo di stato del 1973. Da un lato c’è il mondo rurale dominato dal patriarca Esteban Trueba (Alfonso Herrera), proprietario terriero che esercita un potere assoluto sulla terra e su chi la lavora, costringendo i braccianti a votare per i conservatori. Dall’altro, la lenta erosione di quell’ordine: le riforme agrarie, le canzoni di protesta di Pedro Tercero García (Pablo Macaya), che portano tra i campi gli ideali della Nueva Canción Chilena, e l’ascesa del “Candidato”, evidente rimando a Salvador Allende, lontano parente dell’autrice. La dimensione privata e la storia collettiva finiscono così per sovrapporsi fino a diventare inseparabili, e la casa dei Trueba si trasforma in un luogo in cui convergono le fratture di un intero paese.

A tenere insieme questi due livelli è Clara, con la sua chiaroveggenza, il dialogo con gli spiriti e i presagi che accompagnano l’intera famiglia. Il soprannaturale non viene né spiegato né spettacolarizzato, ma trattato come parte della quotidianità, in perfetta continuità con il realismo magico del romanzo. È lo zio Marcos (Juan Pablo Raba) ad aver trasmesso a Clara le sue conoscenze esoteriche, raccolte durante i viaggi per il mondo, e non è un caso che proprio dopo la sua morte Clara inizi a riempire il primo dei suoi «quaderni di annotazioni sulla vita». La serie attribuisce grande rilievo a questi diari, che diventano un ponte tra i decenni e l’unica forma di resistenza in un contesto in cui i regimi tentano di riscrivere o cancellare il passato. In questa fase, la voce narrante di Alba accompagna costantemente lo spettatore, assumendo non solo la funzione di narratrice onnisciente, ma anche quella di guida in un universo interiore stratificato.

La casa degli spiriti, la recensione

Tutto cambia con il golpe dell’11 settembre 1973, quando la serie muta registro e si trasforma in un resoconto storico brutale. Esteban Trueba, che aveva sostenuto l’intervento militare convinto di poter restaurare il vecchio ordine, assiste alla propria tragica epifania: i militari non intendono restituire il potere ai civili conservatori, ma instaurare una dittatura che non risparmia nemmeno la sua autorità. È in questo momento che la dimensione magica di Clara lascia spazio alla cruda realtà della tortura e della repressione, vissute in prima persona da Alba, che diventa simbolo di una generazione di giovani intellettuali e attivisti perseguitati dalla dittatura di Pinochet.

Sul piano registico, la serie mostra una notevole consapevolezza formale. La macchina da presa adotta due grammatiche opposte: fluida, circolare e quasi ipnotica quando segue Clara o Alba; più rigida, frontale e simmetrica nelle scene dominate da Esteban. Anche gli spazi seguono questa logica di contrasti: la casa dei Trueba si trasforma progressivamente da dimora luminosa a struttura labirintica e decadente, dove scale senza uscita e stanze murate alludono alla stratificazione della memoria e alle sue rimozioni.

La casa degli spiriti è in definitiva una serie che funziona sia per la sua fedeltà al romanzo originale, sia per le sue scelte produttive e linguistiche: a differenza del film del 1993 — girato in inglese, in Europa, con un cast hollywoodiano — è realizzata interamente in Cile e in lingua spagnola. Ma soprattutto, è una serie che ricorda come il passato non smetta mai di influenzare il presente ogni volta che i traumi riemergono nelle vite delle generazioni successive.

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