
Schermo vuoto, voci fuori campo a inventariare paia di scarpe, indumenti, a scandire orari, a dettare regole persino sull’uso della radio. Subito dopo, la carrellata della macchina da presa nell’ampia camerata, siamo in un luogo militare. Sappiamo di essere in Cile ma non sappiamo esattamente dove. La successiva panoramica sui capannoni, gli hangar, i simboli, i motti sulle pareti, le piste sulla radura circostante, ci fanno pensare a qualcosa relativo all’aeronautica.
L’ “emotivo” bianco e nero delle immagini, opportunamente scelto dall’esordiente regista de L’Hangar Rosso (Hangar Rojo) (trailer), il Cileno Juan Pablo Sallato, ci dispone da subito, con animo evocativo, all’interno di una situazione “rievocativa”: 10 Settembre 1973. Vigilia del colpo di Stato in Cile, le forze armate guidate dal Generale Augusto Pinochet rovesciano il governo, democraticamente eletto, di Salvador Allende, successivamente ucciso nel corso del bombardamento de La Moneda, il palazzo presidenziale.
Sono passati solo poche decine di secondi ed uscendo da quella camerata seguiamo il capitano Jorge Silva (Nicolás Zárate) – figura realmente esistita e responsabile della Escuela de Aviación (la scuola dell’Aeronautica Militare Cilena) – che, tardi, a fine giornata, rientra a casa. Rientrando, offre un passaggio a Hernández (Arón Hernández), un giovane cadetto appena arrivato, di umili origini, entusiasta ed ammirato dalle gesta del capitano, noto per i suoi acrobatici lanci col paracadute. Hernández sogna di diventare come lui. Il dettaglio del piccolo paracadutista appeso allo specchietto dell’auto del Capitano riflette plasticamente quel sogno.

Nel momento in cui escono dalla scuola il Capitano Silva si “scontra” con l’arrivo imprevisto di un camion militare. Il colonnello che ne esce lo invita perentoriamente a far aprire il cancello di ingresso. Silva capisce che sta accadendo quel “qualcosa” che da giorni aleggiava in tutta la nazione, obbedisce.
A casa trova la moglie Rosa (Catalina Stuardo), professoressa di Storia all’Università di Santiago, che lo aspetta nonostante l’ora tarda, anch’essa preoccupata da qualcosa di grave che sembra stia per accadere…ma il giorno dopo entrambi programmano di tornare al lavoro come sempre.
La mattina seguente il Capitano Silva trova la “sua” scuola occupata militarmente dalle truppe del colonnello Jahn (Marcial Tagle), lo stesso del camion della sera prima. Il colonnello Jahn, a colpo di stato in corso, gli ordina di trasformare la scuola militare in un centro di detenzione e tortura per i sostenitori del governo di Salvador Allende. A questo scopo un hangar in particolare, ribattezzato l’ “Hangar Rosso”, viene destinato a ospitare i detenuti Comunisti ritenuti più irriducibili e pericolosi.
Da questo momento in poi, il film, come in un thriller psicologico, invita lo spettatore a chiedersi: che cosa farei al posto del capitano Silva? Con incalzanti primi piani e pedinamenti tanto ravvicinati quanto prolungati, Hangar Rosso ci trasporta dentro l’anima di Jorge, uomo retto, certo non un aguzzino, ma pur sempre un soldato abituato a dare e ricevere ordini. Ordini da eseguire, sempre e comunque; anche a prezzo della propria etica? Per Jorge Silva, no. Obbedisce fin dove lo ritiene accettabile rispetto ai suoi valori morali, ma oltre no. E per questo pagherà un prezzo.

L’Hangar Rosso ci racconta, meglio, ci fa vivere, i turbamenti del capitano Jorge Silva, i suoi dubbi, i suoi compromessi, i suoi confini invalicabili, i suoi sentimenti. Una equilibrata miscela cinematografica, grazie alla maestria del regista Juan Pablo Sallato e degli interpreti, in particolare il Nicolás Zárate di Jorge Silva e la Catalina Stuardo della moglie Rosa, incisiva ed efficace nelle sue sia pur brevi apparizioni.
L’Hangar Rosso mostra quanto l’animo umano non possa essere catalogato, quanto fra bianco e nero ci siano sempre infinite sfumature di grigio, quanto i “buoni” possano diventare “cattivi” (“la banalità del male”…vi ricorda qualcosa ?…) e quanto nei “cattivi” alberghino spesso dei “buoni sentimenti”. Un film potentissimo, nel quale le scelte stilistiche – dall’uso del bianco e nero, alla prevalenza delle riprese ravvicinate, costante ma necessaria, un cast all’altezza e anche la durata, limitata a meno di 90 minuti – premiano meritatamente un risultato complessivo di livello.
Capace di soddisfare lo spettatore sia nella forma – tante citazioni dal cinema classico e non, inquadrature estetiche, a volte “parlanti” così come alcuni fuori campo, montaggio efficace, mai invasivo – sia nei contenuti: l’Hangar Rosso è un film storico sul Cile del 1973 ma ancor più un film che ci pone interrogativi senza tempo – quindi attualissimi anche rispetto alle odierne crisi politiche – sulla inafferrabilità della psiche e della coscienza umana, sulla responsabilità personale, politica e sociale, sull’obbedienza e il coraggio civile, specialmente quando gli uomini si trovano di fronte a circostanze “eccezionali”.
Cinema vero.
In sala dal 9 Luglio

