
Ogni adattamento cinematografico di un’opera concepita per un medium diverso dal cinema (nella maggior parte dei casi, letteratura o teatro) dovrebbe risultare accessibile anche allo spettatore non familiare con il testo originario. Si potrebbe anche affermare che parte della sua riuscita dipenderebbe proprio dalla sua inconsapevole capacità – sfruttata in modo non fastidiosamente didattico – di far sorgere o accrescere nel pubblico il desiderio di sottoporsi alla fruizione dell’opera alla base. In generale, un prodotto ben costruito – posto che pure, purtroppo, non tutti dispongano della sensibilità umana e artistica per apprezzarlo – dovrebbe indurre il suo fruitore a volersi confrontare con versioni antecedenti dello stesso, al fine di stabilire con il contenuto un legame più profondo. Va spesso così: se da un lato si evita di vedere il film dopo aver letto e amato il libro da cui esso è tratto, dall’altro si va presto incontro alla fruizione della fonte letteraria se la visione del film che ad essa è ispirato ha intrattenuto, coinvolto e/o, soprattutto, intellettualmente stimolato.
Prima di chiedersi se L’Étranger (trailer) di François Ozon – presentato in concorso all’ottantaduesima Mostra del cinema di Venezia – sia un buon adattamento dell’omonimo romanzo del 1942, scritto dal filosofo e autore francese Albert Camus, bisognerebbe domandarsi se L’Étranger di Ozon sia una buona opera di cinema. A prescindere dalla sua derivazione letteraria, riesce il film, sin dalle sue prime scene, a rendersi interessante allo spettatore? A catturare la sua attenzione e, poi, lungo lo sviluppo del racconto, a mantenerla alta tramite un uso adeguato dei vari codici che compongono il linguaggio cinematografico?
In questo senso, purtroppo, l’operazione di Ozon si rivela fallimentare. La lentezza del ritmo complessivo della rappresentazione, per quanto motivata dalla volontà di rendere per flusso di immagini lo stato di totale distacco in cui il protagonista si colloca rispetto al mondo, contribuisce alla pervasiva sensazione di indifferenza che lo spettatore finisce per nutrire nei confronti del film stesso.
A non facilitare il coinvolgimento di chi guarda, inoltre, concorre nella sezione iniziale di L’Étranger di Ozon la quasi totale assenza di dialoghi, accompagnata dalla mancata potenza di immagini che – seppur dalla splendida patina superficiale in bianco e nero (merito del dop Manuel Dacosse), che di certo non dispiace se si dà per valido il detto «anche l’occhio vuole la sua parte» – non offrono al pubblico alcun elemento a cui aggrapparsi. L’adattamento più recente del romanzo di Camus potrebbe, dunque, soffrire di una certa vuotezza iconica, dove con l’aggettivo ‘iconico’ si intende ‘relativo al piano dell’immagine’. Le immagini ozoniane, infatti, metaforicamente povere, sbagliano nel non preoccuparsi di ricorrere al prezioso strumento narrativo e descrittivo del sottotesto, con cui magari provare a restituire allo spettatore almeno un’impressione di chi il protagonista – che, come già detto, non si rivela attraverso il dialogo – sia.
Benjamin Voisin – già collaboratore del regista per Été 85 (2020), in cui veste i panni del co-protagonista – dà corpo a Lo straniero di Ozon. Per quanto il personaggio camussiano sia per definizione nichilista, freddo e apatico, indifferente tanto ai dolori quanto alle gioie della vita, l’interpretazione di Voisin risulta comunque troppo poco accattivante per spingere lo spettatore, a mano a mano che il film scorre, a rimanere incuriosito dal suo volto, che pure qualche impercettibile cenno di sentimento dovrebbe portare. O è, ancora una volta, il totale distacco del pubblico nei confronti del protagonista che Ozon vuole perseguire con questa particolare scelta di casting?
Se così fosse, vi sarebbe riuscito. L’Étranger tutto, infatti, è un film che scivola addosso, l’incapacità della sua visione di offrire stimoli condizione perfetta per abbandonarsi – speriamo le poltrone del cinema siano comode – tra le braccia di Morfeo. L’unica presenza sullo schermo in grado di smuoverci dal sonno sarà quella di un Denis Lavant come sempre sensazionale.

