#RomaFF20: L’accident de piano, la recensione del film di Quentin Dupieux

L'accident de piano Recensione film di Quentin Dupieux DassCinemag

«Ho la sensazione che questa sia la prima volta in cui l’assurdità di un mio film coincide con la realtà». Così il regista Quentin Dupieux parla della sua nuova opera L’accident de piano (trailer), presentata in Concorso alla ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma con un’intensa e talentuosa Adèle Exarchopoulos come main character. La storia racconta di Magalie, una giovane donna nata con un’ambigua particolarità, quella di non provare mai alcun dolore fisico, come se la sua pelle fosse priva di ogni sensibilità, e proprio per questo, Mag, decide di realizzare fin dalla giovane età video mirati a dimostrare tale peculiarità, procurandosi ferite e diventando una vera e propria star del web.

La struttura narrativa è costituita da tre atti. Il film inizia in medias res, mostrando le conseguenze di uno dei tanti esperimenti della ragazza: la sua impulsività e irresponsabilità hanno provocato per la prima volta un grave incidente, la morte di una persona presente lì con lei, motivo per cui Mag decide di ritirarsi temporaneamente dal suo rischioso stile di vita, trasferendosi in uno chalet in montagna. Il secondo atto della storia è incentrato sull’insistente richiesta o meglio, sul ricatto di una giornalista che desidera intervistare Magalie per conoscerla meglio, provando a viaggiare nella sua interiorità altrimenti procederà con una denuncia relativa all’episodio accaduto. La giovane mostra un atteggiamento decisamente ostile verso la donna, motivato dal non voler conoscere, scoprire e approfondire la propria sfera emotiva, ma nel corso del dialogo il personaggio inizia pian piano ad abbassare le difese, ponendosi in una posizione di grande vulnerabilità, suggerendo una mancanza d’amore vissuta in alcuni momenti della sua adolescenza; la componente visiva è caratterizzata da movimenti di ripresa che tendono ad avvicinarsi gradualmente ai personaggi, permettendo così al pubblico di entrare nell’intimità e nella tensione dell’intervista. Il terzo atto coincide con la completa discesa di Mag nella follia: il dolore, il disprezzo e il senso d’impotenza che prova per se stessa si trasformano in violenza, arrivando a compiere tre brutali omicidi.

La protagonista non prova alcun dolore fisico, ma il suo quadro mentale e psicologico suggerisce un intenso dolore emotivo, qualcosa che il pubblico percepisce dal suo modo di mettersi sulla difensiva, dai suoi occhi, dal suo tono, dalla rappresentazione di un essere umano che ha perso il controllo. Il finale angosciante mostra come la donna sia ormai completamente sopraffatta dalla sua sfera emozionale, ma in particolar modo il regista prova a porre l’accento su una questione delicata e attuale: Mag era soltanto un personaggio per gli occhi degli altri, non un essere umano. È attraverso questa consapevolezza che l’opera vuole ricordare al suo pubblico l’importanza di saper distinguere l’immagine di una persona dalla sua reale essenza… potrebbe essere questa la necessità di Meg per sentirsi compresa e amata.

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